Null'altro, in effetti, che la 'linea interpretativa' della vicenda Rai-Berlusconi-Saccà adottata, più o meno sfacciatamente, da tutti i media mainstream nostrani, telegiornali 'Raiset' in testa. Al confronto, le surreali performance del Tg4 (evidentemente assurto ormai a modello di riferimento) non sembrano più nemmeno tanto estreme.
lunedì 30 giugno 2008
Oltre il Tg4
Null'altro, in effetti, che la 'linea interpretativa' della vicenda Rai-Berlusconi-Saccà adottata, più o meno sfacciatamente, da tutti i media mainstream nostrani, telegiornali 'Raiset' in testa. Al confronto, le surreali performance del Tg4 (evidentemente assurto ormai a modello di riferimento) non sembrano più nemmeno tanto estreme.
venerdì 27 giugno 2008
La fantasia al potere

Unicef: ''Preoccupante la proposta di 'schedare' i bimbi rom''. Maroni: ''Andremo avanti'' (Adnkronos, 26 giugno 2008)
giovedì 26 giugno 2008
Anche gli “eletti dal popolo” sono soggetti alla legge e devono rispettare la Costituzione
(Uguale per Tutti, 26 giugno 2008)
Di tutte le cose pericolose per la democrazia e la civiltà che vengono dette per coprire gli abusi del potere ai quali assistiamo ormai quotidianamente da anni, la più pericolosa ci sembra quella con la quale si sostiene l’“intoccabilità” di coloro che sono stati “eletti dal popolo”.
Si tratta di una ricostruzione pedestre e maliziosa dei principi costituzionali che, partendo da un evidente e doloso fraintendimento del concetto di “sovranità popolare”, fa trasmettere quella “sovranità” agli “eletti” (senza tenere in nessun conto, peraltro, come ormai gli “eletti” siano sempre meno “eletti dal popolo” e sempre più “designati dai partiti”: ma non è questo il problema centrale).
Illustrare quanto regresso di civiltà ci sia in questa falsa ricostruzione dei principi costituzionali richiederebbe e meriterebbe dei libri.
Si impone qui una sintesi che metta in evidenza almeno due punti.
Il primo relativo al fatto che quella politica non è l’unica forma di responsabilità e, anche quando essa c’è, non elimina tutte le altre.
Per fare un esempio banale, se un “eletto dal popolo” uccidesse la moglie, di ciò dovrebbe rispondere solo ai suoi elettori e solo “politicamente”? Oppure dovrebbe risponderne anche a tutti penalmente e, civilmente, anche alle parti offese e/o danneggiate?
La cosa orribile è che a questo punto tanti diranno: “Ehi, un momento, ma un conto e uccidere la moglie, altro conto è corrompere un testimone in un processo o evadere due miliardi di euro di tasse” (gli esempi sono presi a caso). Con ciò dimostrando che ormai non solo fra i potenti ma anche fra la gente comune si è diffusa l’idea che il codice penale abbia due facce: una per i cittadini comuni, fatta di reati percepiti come tali, e un’altra per i potenti, fatta di reati che vengono trattati più che altro come “perdonabili marachelle”.
Il secondo punto da mettere in evidenza, quello più importante e decisivo, è che in una democrazia costituzionale nessuno ha un potere assoluto, neppure il popolo, e ogni potere è soggetto alla legge e, massimamente, alla costituzione.
In sostanza, il popolo non può “delegare” ai suoi eletti certi poteri, perché quei poteri non li ha neppure lui.
Il popolo, per esempio, non può autorizzare i suoi eletti a discriminare i bianchi dai neri e neppure può ordinare ai giudici di assolvere i colpevoli e condannare gli innocenti e tante altre cose simili. E dunque queste cose che non può fare il popolo men che meno le possono fare “gli eletti”.
Abbiamo già scritto moltissime altre volte che la democrazia non è principalmente un metodo di scelta del governante, ma invece un metodo di esercizio del potere.
Per verificare la fondatezza di questo assunto, basta considerare che è più democratico un paese nel quale un governante non scelto dal popolo, ma, per esempio, nominato per successione dinastica, governi nel pieno rispetto di tutte le regole della democrazia – separazione dei poteri, soggezione di tutti i poteri alla legge, disciplina costituzionale del potere, libertà di manifestazione del pensiero e di critica, eccetera – rispetto a un altro paese nel quale un governante scelto dal popolo governi però senza rispettare le regole della democrazia – esercizio arbitrario del potere, concentrazione e non separazione dei poteri, violazione delle regole costituzionali, eccetera.
Nella gravissima deriva antidemocratica nella quale si sta inabissando da anni il nostro Paese (perché purtroppo sono molti anni e sotto molti e diversi governi che il rispetto delle regole democratiche di esercizio del potere viene considerato non imprescindibile e neppure prioritario), uno degli eventi con riferimento ai quali massima è la sproporzione fra gravità e violenza del fatto e modestia se non inesistenza della reazione è la promulgazione di leggi incostituzionali ad opera di deputati che sanno della incostituzionalità di quelle leggi.
E’ stato davvero impressionante, quando la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità di alcune norme della c.d. Bossi Fini, sentire l’on. Ignazio La Russa dichiarare: “Non c’è alcun problema, sapevamo che quella norma era incostituzionale. Abbiamo già la soluzione del problema”.
E’ assolutamente inaccettabile che i deputati ritengano possibile violare consapevolmente la Costituzione.
Per comprendere quanto grave sia questa violazione, basti considerare che l’art. 90 della Costituzione dispone che «il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni» - si badi, solo di quelli compiuti nell’esercizio delle sue funzioni: dunque, se evade le tasse o uccide la moglie, viene perseguito – «tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione».
Dunque, se l’attentato alla Costituzione è punito anche quando a commetterlo è il Presidente della Repubblica che gode costituzionalmente della più ampia forma di impunità con riferimento alla sua attività istituzionale, non ci possono essere dubbi sulla estrema gravità della violazione consapevole e reiterata della Costituzione da parte dei parlamentari e del Parlamento.
Eppure negli ultimi anni le leggi palesemente incostituzionali varate nella piena consapevolezza di ciò sono state tante e tutte dagli effetti gravissimi sull’amministrazione della giustizia.
Né è accettabile che taluni dicano: “Ma che problema c’è: se la legge è incostituzionale ci penserà la Corte Costituzionale a eliminarla”.
Questo modo di ragionare è inaccettabile per diverse ragioni:
1. Sotto un primo profilo equivale a chi dicesse: “Va bene, io intanto mi approprio di questi milioni di euro o compio questo altro abuso. Mi rendo conto che probabilmente è reato, ma trovo inutile che voi ve ne lamentiate. Se è reato, ci penseranno i giudici a punirmi”.
La sanzione giudiziale è il “rimedio” a una patologia. Non può diventare l’alibi per il compimento consapevole e sfacciato di abusi.
2. Nella maggior parte dei casi di incostituzionalità delle leggi, per il particolare meccanismo con il quale opera (tendenzialmente in via incidentale in relazione a un processo), la Corte Costituzionale non potrà neppure essere chiamata a intervenire.
3. Nella maggior parte dei casi nei quali la Corte Costituzionale interviene le leggi illegittime hanno già avuto degli effetti e gravi.
Se – per stare al caso di maggior attualità – il Parlamento fa una legge che sospende i processi per un anno, poiché la Corte Costituzionale non impiegherà meno di un anno a pronunciarsi sull’eventuale ricorso di un giudice, quando la Corte dirà che la legge è incostituzionale e la eliminerà, essa avrà già avuto tutti i suoi effetti, essendo rimasti effettivamente sospesi per un anno tutti i processi.
Con una ulteriore e folle aggravante.
Che la legge che sospende i processi per un anno prevede che la prescrizione resti sospesa in quell’anno, mentre l’annullamento della legge per la sua palese incostituzionalità farà venir meno anche la norma che prevede la sospensione della prescrizione. Dunque, l’anno di sospensione ci sarà stato e la prescrizione avrà fatto il suo corso in quell’anno.
Ogni volta che finisce una dittatura, ci si chiede sempre come sia stato possibile che un popolo abbia consegnato se stesso a un dittatore.
La dinamica di queste storie è sempre la stessa.
Un uomo o un gruppo di uomini promette al popolo il paradiso – vincere una guerra, diventare più ricchi, togliersi dai piedi gli ebrei, eliminare i comunisti, eliminare i fascisti, affermare il paradiso comunista, avere più sicurezza nelle strade, sconfiggere il cancro, ecc. – e chiede fiducia e potere per realizzare questo paradiso.
Il popolo, avido del sogno, dà la fiducia e il potere.
E quando serve più potere, alcuni salvacondotti e leggi eccezionali, concede anche quelli.
Infine – purtroppo solo dopo molti anni e tante tragedie – si rende conto che i “poteri speciali” servivano solo o principalmente a realizzare il paradiso privato del potente o dei potenti e il paradiso collettivo era solo “pubblicità”!
Tutto ciò posto, inseriamo qui i link ad alcuni articoli di stampa sulla palese incostituzionalità delle legge che sospende i processi penali per un anno.
Articolo del prof. Valerio Onida, illustre costituzionalista ed ex Presidente della Corte Costituzionale.
Articolo del prof. Alessandro Pace, Professore ordinario di diritto costituzionale nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università “La Sapienza” di Roma.
Un articolo di stampa sul parere del C.S.M. sulla legge “bloccaprocessi/salvapremier”.
Il testo integrale della bozza di parere del C.S.M. sulla legge “bloccaprocessi/salvapremier”.
mercoledì 25 giugno 2008
La farsa comincia a stancare
E siamo alle solite...
(Massimo Fini, da: massimofini.it)
E siamo alle solite. Il governo si è insediato da nemmeno due mesi che già Berlusconi propone e impone la consueta legge "ad personam", fatta su misura per salvarlo da quelli che vengono pudicamente chiamati i suoi "guai giudiziari". È un dejavù. Ma questa volta la legge è talmente scombicchierata, sconclusionata, assurda, irragionevole, irrazionale, spudorata e, soprattutto, devastante per l'intero ordinamento giudiziario e per il convivere civile che si stenta a credere che due senatori abbiano osato proporla, un governo e un ministro della Giustizia l'abbiano fatta propria, una maggioranza l'abbia sostenuta e un Parlamento l'abbia approvata. Perché è una legge che non si è mai vista nè nel Primo nè nel Terzo Mondo e nemmeno all'altro mondo. Perché non sta nè in cielo nè in terra.
Dunque, un emendamento inserito in un decreto che prende il nome, divenuto quanto mai beffardo, di "decreto sicurezza", statuisce la sospensione dei processi in corso che riguardano reati commessi prima del 30 giugno 2002 e che prevedono una pena non superiore ai dieci anni di carcere. Un ulteriore emendamento intima ai magistrati di dare priorità, anche per il presente e il futuro, ai reati che hanno una pena edittale superiore ai dieci anni. La "ratio" di questi emendamenti è di "dare priorità ai reati che destano maggior allarme sociale". Perché non destano "allarme sociale" le rapine, i sequestri di persona, le estorsioni, gli stupri, le violenze sessuali, la bancarotta fraudolenta, la concussione, la corruzione, la corruzione di magistrati che non sono che una parte di quelli che rientrano nella norma che prevede la sospensione dei rispettivi processi e per alcuni dei quali la stessa maggioranza non fa che invocare la "tolleranza zero"?
E non desta "allarme sociale" che un presidente del Consiglio abbia potuto corrompere un testimone, in due distinti processi, pagandogli 600 mila dollari perché mentisse, è esattamente il reato per cui l'onorevole Berlusconi è sotto processo davanti al Tribunale di Milano, e che rientra naturalmente fra quelli che verranno sospesi (reato attribuito al premier è, guarda caso, del febbraio 2001), e per il quale è stato organizzato tutto questo incredibile baradan? Senza contare che tutto ciò dilata ulteriormente i già lunghissimi tempi della giustizia italiana di cui tutti, a parole, lamentano, e che ne sono il vero cancro. E senza nemmeno mettere in conto che queste norme inaudite violano almeno tre principi fondamentali del nostro ordinamento, costituzionalmente garantiti: l'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, l'indipendenza della Magistratura, l'obbligatorietà dell'azione penale. E che indicazioni ne trarranno, per il presente e per il futuro, i rapinatori, gli stupratori, gli scippatori, i topi d'appartamento, i bancarottieri, i concussori, i corruttori?
Un intero ordinamento giuridico viene scardinato a pro di una singola persona. Norme del genere avrebbero innescato una rivoluzione non dico in un qualsiasi Paese liberaldemocratico e occidentale, ma nel Burundi, nel Burkina Faso, nel Benin. E invece da noi stanno per passare tranquillamente salvo qualche ammoina dell'opposizione il cui leader, Walter Veltroni, ha affermato che "è stata strappata la tela del dialogo". Qui ciò che è stato strappato, anzi stracciato, è il diritto che riguarda tutta la comunità e non il rapporto con l'opposizione di cui potremmo anche fregarcene. Così come la questione non riguarda lo scontro fra Esecutivo e Magistratura. Riguarda noi tutti.
Che fare? Forse sarebbe stato meglio dar retta a un modesto suggerimento che mi permettevo di dare sul Tempo di Roma (che non è esattamente un quotidiano di sinistra) a metà degli anni '90, quando Berlusconi cominciò la sua devastante campagna contro la Magistratura italiana. E cioè, varare una norma del tutto speciale, sulla falsariga delle "Disposizioni transitorie e finali" che stanno in coda alla nostra Costituzione, e che recitasse, più o meno, così: "Silvio Berlusconi, i suoi discendenti, le sue consorti, i suoi consanguinei e tutti i membri, a qualsiasi titolo, della Casa di Arcore sono dispensati, per il passato, il presente e il futuro, dall'obbligo del rispetto delle leggi penali". Ci saremmo perlomeno risparmiati lo scempio di questi giorni.
Se lo dicono loro…
“I fatti poi, per fortuna, ci hanno dato ragione e oggi posso dire che senza la decisione di scendere in campo con un suo partito, Berlusconi non avrebbe salvato la pelle e sarebbe finito come Angelo Rizzoli che, con l'inchiesta della P2, andò in carcere e perse l'azienda” (Marcello Dell'Utri intervistato da Antonio Galdo per il libro "Saranno potenti?", Sperling & Kupfer, 2003)
(da: Marco Travaglio, "Carta Canta", la Repubblica.it, 25 giugno 2008)
lunedì 23 giugno 2008
domenica 22 giugno 2008
Coazione a ripetere
La guerra dei 15 anni
(Marco Travaglio, l'Unità.it, 22 giugno 2008)
Stupisce lo stupore. Ma come: Berlusconi rinuncia a diventare uno statista per sistemare le sue tv e i suoi processi? Ma non era cambiato?
In realtà, in questi 15 anni, tutto è cambiato tranne lui. Lui non ha mai fatto mistero di quel che è. Fin da quando, alla vigilia dell’ingresso in politica, confidò a Montanelli e Biagi: «Se non entro in politica, finisco in galera». Infatti da 15 anni, che governi lui o gli «altri», il Parlamento è mobilitato per salvarlo dai processi.
Miracolo. Il 1994 si apre con la «discesa in campo per un nuovo miracolo italiano». Quale miracolo, lo si capisce poche settimane dopo. Quando, al termine di un anno di indagini, la Procura di Milano chiede l’arresto di Paolo Berlusconi per le tangenti al fondo pensioni Cariplo in cambio dell’acquisto di immobili Edilnord invenduti, e di Marcello Dell’Utri per i fondi neri di Publitalia. Una fuga di notizie del Tg5 salva Dell’Utri dalle manette, mentre Paolo finisce dentro e confessa. Il Cavaliere, che sui giudici dice il contrario di ciò che pensa per non urtare gli elettori, tutti schierati col pool Mani Pulite, vince le elezioni e forma il suo primo governo. Tenta, invano, di avere come ministri i due uomini simbolo del Pool, Di Pietro e Davigo, rispettivamente all’Interno e alla Giustizia. Scalfaro gli impedisce di nominare Guardasigilli Cesare Previti, che slitta alla Difesa. In via Arenula arriva Alfredo Biondi. Poi un sottufficiale della Guardia di Finanza denuncia il suo capo: gli ha offerto una quota di una mazzetta appena pagata dalla Fininvest per ammorbidire una verifica fiscale.
Decreto Biondi. E’ lo scandalo delle mazzette alle Fiamme Gialle: coinvolti un centinaio di militari e 500 aziende, tre delle quali appartengono al nuovo premier. L’ufficiale pagatore del Biscione è il dirigente Salvatore Sciascia, che sta per essere arrestato insieme a colui che, a suo dire, gli ha dato i soldi e l’autorizzazione a pagare: Paolo Berlusconi. Per i due è pronta la richiesta di cattura. E c’è il rischio che, in carcere, confessino la verità. Silvio, da Palazzo Chigi, commissiona in fretta e furia a Biondi un decreto per vietare la custodia cautelare in carcere per vari reati, compresi quelli contro la pubblica amministrazione. Corruzione compresa. E’ il primo Salvaladri, che fa uscire circa 3 mila detenuti in tre giorni. E soprattutto non fa entrare Paolo e Sciascia. Poi, a furor di popolo, Bossi e Fini non ancora ridotti a maggiordomi impongono il ritiro della porcata. Paolo e Sciascia finiscono in manette e confessano. Poi si scopre che il consulente Fininvest Massimo Maria Berruti ha depistato le indagini subito dopo un incontro a Palazzo Chigi col premier. Che, il 21 novembre, riceve il suo primo invito a comparire. Lui si adopera con ispezioni ministeriali e ricatti per propiziare le dimissioni di Di Pietro e il 6 dicembre le ottiene. Due settimane dopo, Bossi rovescia in polemica con la riforma delle pensioni.
L’inciucio. Il Cavaliere passa all’opposizione del governo Dini, anche se è pappa e ciccia col nuovo Guardasigilli Filippo Mancuso, che perseguita con attacchi e ispezioni le Procure di Milano e Palermo (qui si indaga su Berlusconi e Dell’Utri per mafia e riciclaggio). E ottiene la prima controriforma bipartisan della giustizia:quella che rende più difficile la custodia cautelare per i colletti bianchi. Nel marzo ’96, scandalo «toghe sporche»: indagati e/o arrestati alcuni magistrati romani, corrotti dagli avvocati Fininvest Previti e Pacifico, in seguito alle rivelazioni di Stefania Ariosto al pm Ilda Boccassini. Berlusconi è indagato come uno dei mandanti. Un mese dopo Prodi vince le elezioni e inaugura il quinquennio dell’Ulivo.
Ma sulla giustizia Berlusconi continua a vincere anche se ha perso, grazie all’Ulivo che gliele dà tutte vinte. Essendo indagato a Milano per corruzione dei giudici e della Finanza, per le tangenti a Craxi tramite All Iberian, per i fondi neri nell’acquisto del calciatore Lentini e dei terreni di Macherio, oltrechè indagato per mafia e riciclaggio a Palermo, attacca quotidianamente le Procure e anche Di Pietro, fino a quel momento risparmiato nella speranza che aderisse a Forza Italia. L’ex pm viene denunciato e indagato più volte a Brescia, dove anche gli altri pm milanesi devono difendersi dalle accuse del Cavaliere, che li fa incriminare per «attentato a organo costituzionale». Una specie di colpo di Stato.
Leggi ad personas. Intanto in Parlamento le leggi «ad personas» ammazza-toghe e salva-imputati si susseguono a getto continuo, sempre votate da maggioranze bulgare e trasversali, in parallelo alla Bicamerale, dove il lottatore continuo Marco Boato prepara bozze su bozze che mettono la magistratura al guinzaglio del potere politico. La bozza finale viene votata da tutti i partiti, eccetto Rifondazione. Sul più bello, il Caimano fa saltare il banco perché ormai ha ottenuto tutto quel che voleva: infatti, sono passate quasi tutte le leggi contenute nel programma della Giustizia del Polo, scritto da Previti nel ’96 e bocciato dagli elettori. Il nuovo articolo 513 Cpp cambia le regole dei processi a partita in corso e costringe i giudici a ripartire daccapo: prescrizione garantita a centinaia d’imputati di Tangentopoli. La Consulta lo dichiara incostituzionale e destra e sinistra, a tempo di record, lo conficcano nella Costituzione (articolo 111, il cosiddetto «giusto processo»). Seguono la depenalizzazione dell’abuso d’ufficio non patrimoniale, la legge imbavaglia-pentiti, il patteggiamento in Cassazione e la depenalizzazione dell’uso di false fatture (per risparmiare il carcere a Dell’Utri, condannato in appello a 3 anni e 2 mesi per false fatture), il no delle Camere all’arresto di Previti e Dell’Utri e così via. Incassato tutto l’incassabile, nel 2001 Berlusconi stravince e torna al potere.
Leggi ad personam. Ormai, da salvare dai processi, sono rimasti solo il premier e il fido Previti: per loro la giustizia-lumaca è ancora troppo efficiente e spedita. Dunque, per tutta la legislatura, si lavora per paralizzarla definitivamente. Appena rientrato a Palazzo Chigi, Berlusconi scatena subito i suoi onorevoli avvocati, Pecorella e Ghedini, e i suoi giannizzeri, Dell’Utri e Guzzanti, con una legge che si propone di cestinare tutte le prove trasmesse per rogatoria dalle magistrature straniere. Per esempio, le carte che dimostrano i passaggi di denaro estero su estero dalle sue aziende ai conti di Previti a quelli di alcuni giudici romani. Recitando un copione stilato da Pio Pompa, lo spione preferito dal comandante del Sismi Niccolò Pollari, che raccoglie schedature su magistrati, politici e giornalisti «rossi», il Cavaliere denuncia un complotto planetario dell’«Internazionale delle toghe rosse». La Svizzera, per protesta, blocca la ratifica del trattato sulle rogatorie con l’Italia. I giudici di tutta Europa insorgono. Per fortuna la legge è scritta coi piedi e non verrà mai applicata da nessun tribunale: contrasta con le prassi e con una mezza dozzina di convenzioni internazionali, che prevalgono sulle norme ordinarie.
Intanto Tremonti escogita lo «scudo fiscale» per il rientro anonimo dei capitali illegalmente accumulati ed esportati all’estero. Nel gennaio 2002, il ministro Castelli tenta di trasferire il giudice Brambilla per far saltare il processo Sme. Il governo toglie la scorta a vari magistrati, tra cui Greco e la Boccassini. E abolisce di fatto il reato di falso in bilancio, per cui il premier è imputato in 5 processi: saranno tutti chiusi con la prescrizione o con la formula «il fatto non è più reato». In marzo chiede il trasferimento dei processi a Brescia: il Tribunale di Milano è infestato di toghe rosse e condizionato dai girotondi. Per propiziare il grande trasloco, vara a tappe forzate la legge Cirami che reintroduce il «legittimo sospetto». Ma nel gennaio 2003 la Cassazione lascia i processi dove sono: i giudici milanesi sono imparziali. Allora il premier che sta per diventare per 6 mesi presidente di turno dell’Ue, impone il lodo Maccanico-Schifani: uno scudo spaziale che rende le 5 alte cariche dello Stato invulnerabili da ogni processo per ogni reato, anche comune, anche commesso prima di assumere l’incarico. C’è anche la norma Boato, che vieta ai giudici di usare le intercettazioni in cui compare anche indirettamente la voce di un parlamentare senza il permesso del Parlamento.
Toghe matte. Per evitare che la sentenza Sme-Ariosto arrivi prima del Lodo, il premier fa saltare le udienze inventando svariati «impedimenti istituzionali» e ricusando continuamente i suoi giudici (14 volte in tutto, tra lui e Previti). Ad abundantiam, spiega che i magistrati sono «antropologicamente diversi dal resto della razza umana», perché «se fai quel mestiere devi essere matto». Nel gennaio 2004 la Consulta dichiara incostituzionale anche il Lodo e il processo Sme al Cavaliere ricomincia.
Allora passa la legge per accorciare la prescrizione dei suoi reati e, per estensione, anche per quelli degli altri: si chiama ex-Cirielli perché il promotore Edmondo Cirielli di An, visto come gliel’hanno stravolta, la sconfessa e non si trova nessuno che voglia darle il proprio nome. Prescritto in primo grado per la tangente al giudice Squillante, Silvio teme la condanna in appello: l’apposito Pecorella abolisce l’appello per le sentenze di proscioglimento. Le condanne invece restano appellabili. Ciampi respinge la legge: incostituzionale. Il premier la rifà uguale e la Consulta la cancella.
Coa(li)zione a ripetere. Nel 2006, come sempre dopo aver governato, Berlusconi perde le elezioni. Ma sulla Giustizia rivince anche se ha perso. L’Unione gli regala subito un indulto extra-large di 3 anni per salvare Previti dagli arresti domiciliari. E gli attacchi ai giudici diventano pane quotidiano anche della sinistra, che crocifigge Clementina Forleo e Luigi de Magistris, rei di aver messo il naso in troppi malaffari trasversali.
Così, nel 2008, Lazzaro risorge e torna a Palazzo Chigi per la terza volta. E per la terza volta si occupa dei suoi processi. Taglia le intercettazioni. Abolisce la cronaca giudiziaria. Sospende almeno 100 mila processi per sospendere il processo Mills, in attesa di varare il Lodo Schifani-bis e rendersi di nuovo invulnerabile. Chi l’avrebbe mai detto.
La legge sono io
(Giorgio Melis, L'AltraVoce.net, 21 giugno 2008)
Come il titolo di un vecchio spaghetti-western: “È tornato Sartana, hai chiuso”. Silvio-Sartana, come il pistolero-bounty killer di quei film, sparacchia a raffica su tutto e tutti: crede d'essere il Clint Eastwood che stendeva due nemici per colpo. Ha buon gioco in Italia. Ci prova ma rimedia figuracce in Europa. “Ora che sono tornato io, la musica cambia”, proclama a Bruxelles. Angela Merkel, Sarkozy e Zapatero sono stati colti dal panico, pallidi e sgomenti: festa finita, contano più nulla col Cavaliere dell'Apocalisse in campo. Gli ha risposto il pur timido Barroso, presidente portoghese della UE e uomo di destra come Berlusconi: “Nessuna pressione, non siamo la segreteria dei governi”. Temerario guascone: pagherà caro, benché in Europa l'Italia-Berlusconi ormai provochi l'orticaria dal Capo Nord a Finisterre. Te la do io, l'Europa, tuona Sartana: tra l'eco di educate pernacchie del vecchio continente.
Meglio che si dedichi all'Italia, Cavaliere. L'unico Paese dove abbia avuto successo. Anche da imprenditore, ogni volta che si è affacciato all'estero, è stato rispedito a casa con le pive nel sacco: dalla Francia come dalla Germania e dalla Spagna.
Nel suo cortile italico può dire e fare quel che gli pare. Agli italiani va bene così: somiglia come una goccia d'acqua alla maggioranza, la interpreta al meglio nelle peggiori pulsioni. Ci ha messo neanche un mese a gettare la maschera e rimettersi quella del Caimano, più aggressivo, determinato, impudente di prima: non c'è da scherzare. Con i suoi avvocati-deputati si è fatto un decreto legge che ha mostrato a Napoletano in versione purgata, aggiungendovi poi le norme ad personam: un'auto-amnistia vergognosa. Ingannato il Presidente: questa è la Repubblica dei pomodori in faccia, se il premier raggira il Capo dello Stato. Non bastava. Berlusconi ha in corso da diversi anni un processo, accusato di aver corrotto con 600 mila dollari il suo avvocato inglese, Mills, perché lo scagionasse mentendo da gravissime accuse. Sarebbe passato tutto in cavalleria se Mills, attraverso il suo commercialista, non avesse ammesso di aver ricevuto quei soldi: di cui nessuno sapeva niente. Lo ha dovuto rivelare lui stesso al fisco inglese, che ne ha informato la magistratura italiana. Di qui il processo, innescato esclusivamente da carte provenienti da Sua Maestà britannica, senza che la giustizia italiana abbia avuto all'inizio un ruolo attivo.
Processo con escamotages ammazzaudienze pazzeschi ma ormai arrivato quasi all'epilogo. Dopo tre anni tre, arriva il colpo delle cento pistole: Berlusconi ricusa il presidente del tribunale. L'accusa di aver manifestato “grave inimicizia” nei suoi confronti per aver firmato cinque anni fa appelli contro le leggi ad personam: insieme a decine di altri magistrati. Fragile ma perfida donna, questa Simonetta Gandus, una sessantina che è considerata nella giustizia milanese una rigorista alla rovescia. Se non ci sono prove granitiche, anche col minimo dubbio, assolve: antigiustizialismo. Così accade da una ventina d'anni. Ora diventa la nemica pubblica numero uno del Cavaliere. È sospetta anche perché aveva firmato un documento per chiedere la pace in Palestina e una politica di apertura da parte di Israele. Gravissimo. Forse meno se si aggiunge che la Gandus è ebrea. Il documento l'aveva firmato esclusivamente con altri ebrei della comunità italiana: non con Bin Laden.
Che importa, è da ricusare. Pretesa talmente ridicola (perché non è stata avanzata quando il processo è iniziato e proseguito?) da dover essere per forza respinta. Scandalo. È la prova che c'è pregiudizio e inimicizia verso Berlusconi, tuonano i suoi avvocati. Tutto evidente: un altro complotto. A questo punto il Cavaliere deve svelare e denunciare l'intrigo: quello di sempre. “Ci sono Pm sovversivi che si infiltrano nella giustizia per destabilizzare”, per vanificare l'esito delle votazioni. Sovversivi, eversori, nemici della democrazia: come Enzo Biagi e Santoro erano “criminali” per le trasmissioni in tv. Per questo epurati col famoso editto bulgaro, al bando dal 2001 al 2006. Ci sarebbe qualche salto logico. I magistrati di Mani Pulite sono tutti pensionati o in Corte d'appello o in Cassazione: gli anni passano. Simonetta Gandus si sarebbe infiltrata nella giustizia più di trent'anni fa, quindici prima che Berlusconi entrasse in politica: forse era preveggente. Non è un Pm ma presidente di Tribunale. Cambia niente: razza sov-eversiva che ha fatto carriera. Dunque il Cavaliere annuncia denunce preventive contro i magistrati che vogliono disarticolare (come le Brigate Rosse) lo Stato, cancellare la sua vittoria elettorale. Manca soltanto la proclamazione dello stato di emergenza. Non ci viene invece negato per l'ennesima volta il giuramento dell'innocenza “sulla testa dei miei figli”(ma perché, poveracci? Non sta e magari neanche gli porta bene, toccatevi). Il tutto condito con la requisitoria contro Veltroni, fino a dieci giorni fa un amicone, il miglior avversario possibile: ora un fallito, incapace, si ritiri. Fine della puntata: altre seguiranno.
Che dire, cascano le braccia perché, lo giuriamo (solo sulla nostra testa), avevamo disperatamente sperato e pensato che davvero molto fosse cambiato. Che non dovessimo sentire ancora gli stessi discorsi, insulti e vedere i soliti fatti scandalosi registrati dal 1994 in poi. Perché, lo rigiuriamo, non ne potevamo e non ne possiamo più di dover parlare delle solite berlusconate. Ripetitive, noiose, scazzanti oltre ogni misura. Avremmo perfino pagato per non doverlo fare più. E dedicare tempo e attenzione ai problemi drammatici di un Paese allo stremo: non alla cazzate berlusconiane che, ovvio, saranno prese come verità a 24 carati da metà abbondante degli italiani. Sappiamo di non avere scampo, che sarà esattamente così. Siamo rassegnati: anche disperati per questo Paese. Arriviamo a compiangerci e imbarazzarci ogni volta che leggiamo i giornali stranieri di ogni tendenza e parliamo con amici di altri Paesi. Berlusconi è al top della popolarità interna ma tremiamo per l'Italia. Temiamo che lassù qualcuno abbia smesso di amarla e proteggerla. Nonostante il Cavaliere goda della speciale considerazione e benedizione del Papa, che le ha estese ai suoi amici come Briatore Gregoraci, consentendo a un suo cardinale di celebrarne le nozze come fossero regali devoti, beniamini di Santa Romana Chiesa.
Insomma, in pochi giorni, altro che bon ton, profilo istituzionale del “Ceaucescu buono”: come Berlusconi era affettuosamente chiamato dal suo più vecchio e miglior amico, Fedele Confalonieri. Il Caimano resta uguale a se stesso. Anzi, squalo che azzanna con brutalità e determinazione allarmanti: molto peggio e pericoloso che in passato. Altro che buonismo veltroniano. Il cattivismo berlusconiano stavolta non lo dice ma realizza il primo Previti: “Non faremo prigionieri”. Sono prove tecniche di prefascismo e nessuna delle anime belle cerchiobottiste stavolta si provi a negarlo mentre si imbavagliano magistratura e informazione, si decreta un'auto-amnistia per il Cavaliere, prologo a un autoritarismo senza freni che sta già portando l'Italia oltre lo Stato di diritto, della democrazia con i suoi contrappesi e le sue regole, fuori dell'Europa. Nelle altre capitali, si ricorda che a Roma è nato il padre e il primo di tutti i successivi fascismi europei. Non ci sono manganelli, carri armati e olio di ricino: non servono, è un regime con altri mezzi, i risultati saranno gli stessi.
Con un'opposizione di panna smontata, ingenuamente sedotta e ora brutalizzata dopo essere stata devirilizzata. Bisognerebbe organizzare e mettere in campo una resistenza democratica per evitare il peggio: ma dove sono gli uomini, i leaders? Non si può certo sperare nelle tensioni sociali che comunque non tarderanno a scaldare il clima. La cornucopia del mago Merlino porta il taglio fittizio dell'Ici che mette i Comuni in mutande, sforbicerà le finanze delle Regione, riporta i ticket: in compenso le priorità sono il ponte sullo Stretto di Messina, il blocco delle intercettazioni, la follia criminale di bloccare centomila processi per azzerare quello a Berlusconi.
Tira davvero un'ariaccia. Peggio del 1994, quando però c'erano in campo le forze dell'opposizione democratica e una coscienza civile non ancora arresasi al berlusconismo: autobiografia recente della nazione, come lo era stato il fascismo negli anni venti, secondo l'immortale definizione del martire liberale Piero Gobetti. Forse l'Italia è definitivamente diventato un Paese a larga maggioranza di destra, spinta alla caccia all'uomo nero, l'immigrato e il diverso: anche per oscurare il dato che l'85 dei crimini, specie degli omicidi e dei fatti di sangue, è opera di italiani e avviene nell'ambito familiare e sociale. Saranno tremila soldati nelle città, aggiunta risibile agli oltre 300 mila agenti, carabinieri e finanzieri, a fermare la violenza a fior di pelle, scatenata nei nostri palazzi, case famiglie e piazze? La vanità di La Russa ha voluto le divise e le ronde militari cittadine. Perfino a Cagliari, dove un sindaco da operetta parcheggio-dipendente dice che la città ne ha bisogno: senza che alcuno chiede per lui una visita neurologica dopo che da vent'anni questori e carabinieri la propongono come oasi rispetto al dirodirne pubblico di altre città e regioni.
Si potrebbero eventualmente richiamare i carabinieri dall'Iraq e dall'Afghanistan, dove Bush ha trascinato l'America e mezzo in mondo (Italia inclusa grazie a Berlusconi) in una sporca guerra senza speranza. Non se ne parla neanche: servono a placare Bush, ricevuto (dopo Berlusconi) in Vaticano come un grande statista e protagonista della democrazia: benché ne sia stato un vero flagello ormai un peso immane per gli americani. Va bene che il cardinale Poupard abbia sentito la necessità irresistibile e l'onore di sposare Briatore e la Gregoraci (nel Billionaire manca solo la cappella). Ma qualcuno avverta Ratzinger, sempre tonante contro il relativismo morale, che il relativismo papale ed ecclesiale verso personaggi e politiche inaccettabili non è solo una contraddizione della sua linea ma anche una negazione del Vangelo e di Gesù Cristo. Altro che Chiesa degli ultimi: questa è la Chiesa dei primi, ovvero i potenti della terra. In un rinnovato, opportunistico connubio tra trono e altare di stampo medioevale: come l'enorme sfarzo che grida vendetta al cospetto dei miliardi di dannati della terra che vedono aumentare in modo pazzesco il loro numero e la disperazione senza speranza.
Tira un'ariaccia da tante parti. Anche in Sardegna, dove pure entro meno di un anno le cose andranno molto meglio. [...]
Anche queste sono prove tecniche di prefascismo informativo squadristico. Al quale occorre opporsi con tutte le forze. Nel nostro piccolo, che però cresce molto di risonanza e influenza, lo stiamo facendo e lo faremo. Abbiamo chiesto aiuto a tutti per resistere. Mai come oggi, nel dopoguerra, ci sembra in pericolo la libertà d'informazione, la verità negata ai lettori, la stessa democrazia sostanziale oltre l'apparenza formale.
sabato 21 giugno 2008
Accade in America (ma non ditelo a Battista)
“Mutui subprime, centinaia di arresti. Dietro le sbarre anche due ex gestori di hedge fund di Bear Stearns, con l'accusa di aver commesso reati di frode legati ai mutui. Ad annunciarlo è stata l'Fbi annunciando 300 arresti.” (Quotidiano.net, 21 giugno 2008)
“Le email svelano la grande truffa. Manette a Wall Street. Ai clienti: «State tranquilli». Negli scambi interni: «Ho paura. Mi sa che siamo fritti» […] Non sono frasi ricavate da un'intercettazione telefonica, ma la ricerca condotta dagli inquirenti non ha una natura molto diversa: sono stati infatti passati al setaccio migliaia di messaggi elettronici — email e «instant messages» — scambiati da manager e operatori delle istituzioni finanziarie nei mesi cruciali che hanno preceduto il crollo del mercato dei mutui subprime. […] Non è la prima volta che le email sono cruciali per un provvedimento giudiziario. E' successo nel caso Enron […].” (Corriere.it, 21 giugno 2008)
Si attende infuocato editoriale di Pierluigi Battista (e della compagnia di giro dei garantisti all’amatriciana) contro l’ennesima intollerabile “violazione della privacy” e l'indecente “gogna mediatica”. Oltre che, naturalmente, un'erudita e corale reprimenda sul deprecabile “abbandono dei metodi d'indagine tradizionali”.
venerdì 20 giugno 2008
Quello che ancora ci aspetta
Berlusconiland
(Peter Gomez e Marco Travaglio, L'Espresso, 16 aprile 2008)
Processi da blindare. Giudici da mettere sotto controllo. E poi le nomine, le grandi opere, Mediaset e la Rai. Così il Cavaliere vuole ridisegnare il Paese
Non occorre Nostradamus, per vaticinare le prime mosse del governo Berlusconi III. Bastano e avanzano i precedenti del Berlusconi I (1994) e soprattutto II (2001-2006), nonché gli annunci - o le minacce - dell'ultima campagna elettorale per farsi un'idea precisa di che cosa ci riserva il futuro.
PROCESSI Essendo ancora imputato al Tribunale Milano per falso in bilancio, frode fiscale e appropriazione indebita (diritti Mediaset) e per corruzione giudiziaria (presunta tangente per tappare la bocca al testimone David Mills) e in udienza preliminare a Napoli per corruzione (dell'ex direttore di Raifiction Agostino Saccà), nonché indagato a Roma per istigazione alla corruzione di alcuni senatori del centrosinistra affinché passassero col centrodestra, il Cavaliere si occuperà anzitutto dei suoi processi. Da una parte deve evitare una possibile condanna in quelli milanesi che si concluderanno entro qualche mese: infatti anche se appare scontato che la prescrizione impedirà di arrivare a un verdetto definitivo, cominciare il proprio mandato con una dichiarazione di colpevolezza potrebbe essere devastante dal punto di vista dell'immagine. Dall'altra, Berlusconi deve risolvere alla radice i possibili problemi causati dalle due nuove indagini, relative a fatti dello scorso anno.
In più c'è da sistemare l'imputato a lui più vicino: Marcello Dell'Utri. Pregiudicato per frode fiscale, il senatore azzurro s'è appena visto annullare con rinvio la condanna in appello a 2 anni per tentata estorsione mafiosa, ma rischia nell'altro processo: quello d'appello per concorso esterno in associazione mafiosa, chiuso in primo grado con la condanna a 9 anni. Decisive in tutti i dibattimenti sono le intercettazioni telefoniche. Non a caso il programma del Pdl vi dedica ampio spazio. Testuale: «Limitazione dell'uso delle intercettazioni telefoniche e ambientali bientali solo al contrasto dei reati più gravi », che Berlusconi ha spiegato essere solo «la mafia e il terrorismo», aggiungendo che già nel primo consiglio dei ministri «saranno introdotte pene severe per chi trasgredisce: 5 anni per chi ordina intercettazioni non permesse, 5 anni per chi le esegue, 5 anni per chi le diffonde, 2 milioni di euro di multa per gli editori che le pubblicheranno». E quelle già acquisite in precedenza? Siccome si applica sempre la legge più favorevole all'imputato, verrebbero cestinate su due piedi. Migliaia di processi fondati su intercettazioni (compresi, per esempio, quelli per Calciopoli, per le scalate dei furbetti, e per il caso Berlusconi-Saccà- senatori) andrebbero così in fumo. Dell'Utri resterebbe però escluso dal colpo di spugna, essendo imputato per concorso esterno. Ma questo reato - «inventato» nel 1987 dal pool di Falcone e Borsellino - molti dirigenti del Pdl, Berlusconi in testa, hanno più volte annunciato di volerlo cancellare, o ridimensionare.
IMMUNITÀ In alternativa, per tagliare la testa al toro ed eliminare tutti i processi a carico di parlamentari, c'è una scorciatoia: il ripristino dell'autorizzazione a procedere, abolita nel 1993. È vero che non è prevista dal programma, ma quando Berlusconi l'ha annunciata in campagna elettorale, nessuno degli alleati, An e Lega, che 15 anni fa ne reclamarono l'abolizione, ha fiatato. Anzi, da anni giace in Parlamento una proposta di legge in tal senso del forzista Francesco Nitto Palma.
GIUDICI Per intimidire ulteriormente i magistrati impegnati nelle indagini sui colletti bianchi, il programma del Pdl prevede poi una «maggiore distinzione fra pm e giudici», mentre Berlusconi ha ripetuto più volte negli ultimi giorni che i pubblici ministeri dovranno diventare semplici «avvocati dell'accusa», sganciati dall'ordine giudiziario e sempre più attratti nell'orbita della politica. Si avvererebbe così anche il vecchio sogno del Piano di rinascita della P2 di Licio Gelli, dal quale il Cavaliere ha copiato pari pari anche l'ultima trovata, quella di «test psichiatrici per i magistrati».
Completa il quadro della guerra alle toghe il proposito, scritto nel programma Pdl, di «norme costituzionali in tema di responsabilità penale, civile e disciplinare dei magistrati». Basterà dunque la denuncia di un potente per intimorirli e convincerli a occuparsi solo di reati da strada.
RAI Innanzitutto c'è da rinnovare il cda, che scade entro l'estate. Dopo il no del Consiglio di Stato alla sostituzione del forzista Angelo Maria Petroni con Fabiano Fabiani, la Rai che il centrosinistra riconsegna a Berlusconi è la stessa che Berlusconi lasciò al centrosinistra nel 2006, con 5 consiglieri del Pdl su 9 e un presidente, Claudio Petruccioli, nominato dallo stesso Cavaliere. Per fingere di non forzare la mano, Berlusconi potrebbe decidere di riconfermare il Consiglio attuale, ovviamente riprendendosi il direttore generale: via Claudio Cappon e dentro un forzista di stretta obbedienza (si parla di Fabrizio Del Noce, con Clemente Mimun a RaiUno ed Emilio Carelli da Sky al Tg5). In un primo momento, anche i direttori dei tg resterebbero gli stessi: Riotta, nominato dal centrosinistra al Tg1, s'è conquistato la fiducia del Cavaliere con alcune interviste mute in campagna elettorale (spettacolare quella in cui non obiettò praticamente nulla quando Berlusconi sostenne di non aver mai emesso alcun editto bulgaro e di aver anzi tentato di tenere Enzo Biagi alla Rai).
MEDIASET Più complicata la situazione dell'azienda di famiglia. Ma non a causa del centrosinistra, che non ha mosso un dito su conflitto d'interessi e antitrust delle reti, bensì a causa dell'Europa. Il 31 gennaio 2008 la Corte di giustizia europea ha emesso la sentenza sul caso Retequattro-Europa7: le norme italiane che consentono a Retequattro di utilizzare le frequenze destinate a Europa7 (l'editore Francesco Di Stefano vinse la concessione a trasmettere su scala nazionale nel 1999, mentre Retequattro la perse) sono «contrarie al diritto comunitario». La legge Maccanico, il decreto salva-Retequattro e la legge Gasparri sono illegali. Tutte infatti concedono un infinito "regime transitorio" a Retequattro, che invece va spenta subito, dando a Europa7 ciò che è di Europa7. L'applicazione di quelle norme «a favore delle reti esistenti ha avuto l'effetto di impedire agli operatori sprovvisti di frequenze di trasmissione l'accesso al mercato», scrivono i giudici europei. Idem per la Gasparri, che «ha consolidato l'effetto restrittivo constatato al punto precedente» e ha «prolungato il regime transitorio». Inutile obiettare, come fa Berlusconi, che forse nel 2012 le tv (la Gasparri diceva 2006) trasmetteranno solo grazie al digitale terrestre e i canali saranno così moltiplicati. Per l'Europa bisogna intervenire, anzi si sarebbe già dovuti intervenire visto che la sentenza ha valore di legge, è immediatamente esecutiva e il governo italiano avrebbe dovuto applicarla. Ma l'ex ministro Gentiloni ci ha dormito sopra un mese. Poi, a fine febbraio, ha chiesto un parere al Consiglio di Stato. Il verdetto è previsto a breve. E per il 6 maggio il Consiglio di Stato ha pure fissato l'udienza per recepire a sua volta la sentenza europea nella causa intentata da Di Stefano allo Stato: cioè per quantificare il risarcimento dovuto a Europa7 (che chiede oltre un miliardo) ed eventualmente concederle le frequenze che le spettano (in caso contrario il risarcimento si moltiplicherebbe). Se stabilisse che il governo deve spegnere Retequattro e assegnare le frequenze a Di Stefano, Berlusconi non potrebbe che prenderne atto, salvo inventarsi un'altra legge ad hoc, innescando un braccio di ferro con l'Europa. Ma non basta. Perché i problemi con la Ue non finiscono qui.
DIGITALE TERRESTRE Il 19 giugno 2006 la Commissione Ue ha inviato al governo Prodi una lettera di «messa in mora» del duopolio Rai-Mediaset, giudicando intollerabile che in Italia possa accedere al digitale solo chi già possiede emittenti nell'analogico: cioè Rai e Mediaset, che escludono la concorrenza di nuovi operatori. Se la Gasparri non sarà smantellata entro il 2009, l'Italia dovrà pagare una multa fino a 400 mila euro al giorno con effetto retroattivo dal giugno 2006. Un salasso per le già esangui casse dello Stato. Spetterà a Berlusconi risolvere la faccenda, visto che non ci ha pensato Prodi: essendo improbabile che il Cavaliere si rimangi la Gasparri, gli italiani si ritroveranno tra capo e collo una tassa aggiuntiva, la "tassa Mediaset".
CONFLITTO DI INTERESSI Già allargato negli ultimi due anni con l'ingresso in Mediobanca e l'acquisto di Endemol (che vende programmi e format alla Rai), si allargherà ancora se Berlusconi, come racconta Prodi agli amici, tentasse di prendersi l'Eni o le Generali o la Telecom. "Il Foglio" e altri parlano da giorni di una fusione Mediaset-Telecom, progetto accantonato l'anno scorso quando si disse che persino la la legge Gasparri la impedirebbe. In realtà la zampata più probabile è sulle Generali: Fininvest è già nel patto dell'istituto di credito di Piazza Cuccia, principale socio delle assicurazioni triestine.
ENTI PUBBLICI Tutte le nomine da rinnovare. Berlusconi sembra intenzionato a riconfermare i vertici di quasi tutte le società, anche se la Lega chiede spazio nei vari cda. Chi rischia invece è Massimo Sarmi, il numero uno delle Poste, legatissimo ad An.
ALITALIA Sebbene la compagnia abbia in cassa denaro solo per poche settimane, Berlusconi tenterà di sbarrare la strada ad Air France per far riprendere quota ad Air One-Lufthansa. In Parlamento, tra l'altro, atterrerà Daniele Toto, nipote di Carlo, il patron del principale concorrente nazionale della compagnia di bandiera.
GRANDI OPERE Tav, ritorno al vecchio tracciato con tunnel di 54 km a Venaus e accantonamento del percorso alternativo meno sgradito alle popolazioni locali. Per questo Antonio Di Pietro prevede la «libanizzazione della Valsusa». Al via poi anche il ponte sullo Stretto, fortemente voluto dall'Mpa di Raffaele Lombardo. L'incognita è la Lega, contraria al progetto.
ENERGIA Posa della prima pietra per una serie di centrali nucleari che cominceranno a funzionare tra dieci anni. Individuazione di un sito di stoccaggio per i rifiuti radioattivi. Per far fronte all'aumento di richieste di corrente elettrica e combustibili, Berlusconi incentiverà comunque i privati. Molti suoi ex collaboratori si occupano attivamente di trading sul petrolio e sul gas. Il Cavaliere si raccomanda che stringano accordi non più solo con la Russia di Putin, ma con altri paesi.
FORZE DI POLIZIA Scontato un ritorno in grande stile ai vertici dei servizi segreti e della Finanza di tutti gli uomini legati all'ex direttore del Sismi Niccolò Pollari e al suo amico e neo-parlamentare Roberto Speciale. Confermati invece i vertici di polizia e carabinieri.
IMMIGRAZIONE Aumento del numero dei Centri di permanenza temporanea per gli immigrati e nuova legge sui clandestini così come chiede a gran voce la Lega.
ESTERI Nuove regole di ingaggio in Afghanistan e ipotesi di ritorno in Iraq mentre gli americani, da McCain a Obama e Hillary, preparano la exit strategy. L'ex ministro della Difesa, il filo-americano Antonio Martino (che vorrebbe essere riconfermato) è per un disimpegno dal Libano e chiede a gran voce un invio di istruttori a Baghdad. Ma è prevedibile che prima di decidere si attenderanno le presidenziali Usa.
La conversione impossibile
(Franco Cordero, Repubblica.it, 19 giugno 2008)
NEL DIALETTO subalpino circolava una metafora romanesque: "l'hanno cambiato a balia"; forse lo dicono ancora d'uno che improvvisamente risulti diverso (i dialetti e relativa sapienza vanno estinguendosi); l'ubriacone diventa asceta, il codardo compie gesta eroiche et similia.
Stanno nel fisiologico le metamorfosi lente operate da lunghi esercizi (Freud le chiama forme reattive, Reaktionsbildungen). Qui è innaturalmente fulminea. Tale appariva la conversione del Caimano in homme d'Etat pensoso, equanime, altruista. Impossibile, natura non facit saltus. Nessuno cambia d'un colpo a 72 anni, tanto meno l'egomane insofferente delle regole (etica, legalità, grammatica, buon gusto), specie quando sia talmente ricco in soldi e voti da mettersele sotto i piedi.
Era molto chiaro dall'emendamento pro Rete4, in barba alla disciplina della concorrenza, ma i cultori del cosiddetto dialogo perdonano tutto o quasi.
Nell'aria del solstizio, lunedì sera 16 giugno, Leviathan (nome biblico del coccodrillo archetipico) batte due colpi. Partiamo dall'arcinoto retroscena. Come gli capita spesso, soffre d'antipatiche rogne giudiziarie: in un dibattimento milanese prossimo all'epilogo è chiamato a rispondere del solito vizio, definibile lato sensu "frode"; stavolta l'accusa è d'avere pagato David Mills, avvocato londinese, affinché dichiarasse il falso su fondi neri esteri; l'aveva incautamente svelato l'accipiens. Inutile dire quanto gli pesi la prospettiva d'una condanna: il massimo della pena è otto anni, art. 317 ter c. p., o sei, se fosse applicato l'art. 377 (indurre al falso chi abbia la facoltà d'astenersi); appare anomala l'ipotesi d'un presidente del Consiglio interdetto dai pubblici uffici, né sarebbe pensabile l'insediamento al Quirinale nell'anno 2013; punta lì, lo sappiamo, in un'Italia ormai acquisita, patrimonio familiare, dépendance Mediaset. La posta è enorme. Altrettanto i mezzi con cui risponde al pericolo.
Esiste un dl sulla sicurezza pubblica. Palazzo Madama lavora alla conversione in legge. Gli emendamenti presentati dai soliti yes men prevedono la sospensione d'un anno dei processi su fatti ante 1 luglio 2002, la cui pena massima non ecceda i 10, pendenti tra udienza preliminare e chiusura del dibattimento; così tribunali e corti sbrigheranno il lavoro grosso. Lo dicono senza arrossire i presentatori del capolavoro e lo ripete Leviathan nella lettera al presidente del Senato, sua devota creatura, annunciando un secondo passo, ripescare l'immunità dei cinque presidenti, dichiarata invalida dalla Consulta quattro anni fa.
Sarà sospeso anche uno dei processi inscenati a suo carico "da magistrati d'estrema sinistra": gliel'hanno detto gli avvocati; che male c'è?; un perseguitato politico deve difendersi; e ricuserà il presidente del tribunale, lo rende noto en passant. Ma è puro caso che l'emendamento gli riesca comodo. La ratio sta nell'interesse collettivo. Discorso molto berlusconiano, chiunque glielo scriva. Tra un anno sarà immune: se non lo fosse ancora, basterebbe allungare la sospensione; tra cinque da palazzo Chigi scala Monte Cavallo, sono due passi; nel frattempo vuol essersi riscritta la Carta vestendo poteri imperiali (davanti a lui, Charles-Louis-Napoléon, III nell'ordine dinastico, è un sovrano legalitario). In sede tecnica riesce arduo definire questo sgorbio, tanto straripa dalla sintassi legale. Ciurme parlamentari sfigurano il concetto elementare della legge: va al diavolo la razionalità immanente i cui parametri indica l'art. 3 Cost.; l'atto rivestito d'abusiva forma legislativa soddisfa solo l'interesse personale del futuro padrone d'Italia.
Vengono in mente categorie elaborate nel diritto amministrativo: "le détournement du pouvoir"; mezzo secolo fa Francesco Carnelutti configurava l'ipotesi "eccesso di potere legislativo". Siamo nel regno dei mostri, studiato dal naturalista Ulisse Aldrovandi. L'espediente appare così sguaiatamente assurdo in logica normativa, da sbalordire l'osservatore: perché sospendere i processi su fatti ante 1 luglio 2002, mentre seguitano i posteriori?; e includervi i dibattimenti alla cui conclusione manchi un giorno?; tra 12 mesi l'ingorgo sarà più grave, appena ricadano nei ruoli. Che nel frattempo il taumaturgo d'Arcore abbia quadrato il cerchio allestendo una giustizia rapida, è fandonia da imbonitori: la pratica abitualmente, quando non adopera le ganasce; o forse sottintende una tacita caduta nella curva dell'oblio; spariscono e non se ne parla più, amnistia anonima. Oltre alla patologia amministrativa, l'incredibile pastiche ne richiama una civilistica: il dolo, nella forma che Accursio chiamava "machinatio studiosa", stretta parente della frode, tale essendo la categoria sotto cui è definibile l'epopea berlusconiana (avventuriero piduista, impresario delle lanterne magiche, grimpeur d'affari risolti con trucchi penalmente valutabili, intanato in asili fiscali a tenuta ermetica, spacciatore d'illusioni elettorali): gli emendamenti galeotti hanno come veicolo un dl firmato dall'ignaro Presidente della Repubblica su materie nient'affatto analoghe, e s'era guardato dal dire cosa covasse; in nomenclatura romana, dolus malus.
Gli sta a pennello l'aggettivo tedesco "folgerichtig", nel senso subrazionale: ha dei riflessi costanti (finto sorriso, autocompianto, barzelletta, morso, digestione); non tollera le vie mediate; sceglie d'istinto la più corta, come il caimano quando punta la preda. Con questa sospensione dei processi sotterra l'azione obbligatoria: Dio sa cos'avverrà nei prossimi cinque anni ma gli obiettivi saltano all'occhio: la vuole a' la carte; carriere distinte, ovvio; Procure agli ordini del ministro, sicché il governo disponga della leva penale; procedere o no diventa scelta politica (se ne discorreva nella gloriosa Bicamerale sotto insegna bipartisan: Licio Gelli, fondatore della P2, rivendicava i diritti d'autore riconoscendo le idee del suo "Piano" d'una "rinascita democratica" anno Domini 1976; l'ancora invisibile demiurgo frequentava la loggia in quarta o quinta fila). A quel punto nessuno lo smuoverebbe più se fosse il superuomo cantato dai caudatari, invulnerabile dal tempo. Le altre due mete è chiaro quali siano: prima, uscire dall'Unione europea, compagnia scomoda; seconda, moltiplicare lo smisurato patrimonio. Sul quale punto nessuno con la testa sul collo ha dubbi: anni fa gli contavano 40 mila vecchi miliardi; crescono come la vorace materia prima evocata da Anassimandro.
Le menzogne di Stato
(Bruno Tinti, Uguale per tutti, 19 giugno 2008)
La convulsa attività legislativa dell’attuale maggioranza ha una caratteristica particolare: ogni provvedimento emesso è preceduto e giustificato da bugie.
Non è vero che esista un problema sicurezza pubblica: il numero dei reati commessi è in costante flessione. E tuttavia il problema sicurezza pubblica è percepito dai cittadini come un problema grave perché tutti i giorni, a pranzo, cena e colazione, televisioni di Stato e private (le 6 reti controllate dal Presidente del Consiglio) e giornali di partito spiegano che c’è un grave problema di sicurezza pubblica e avvalorano questa “denuncia” con minuziosi racconti di scippi, furticiattoli e qualche reato grave, morbosamente esibito.
Se adottassero la stessa tignosa diligenza per raccontare le migliaia di corruzioni che vengono scoperte ogni giorno in Italia, le decine di migliaia di frodi fiscali che impoveriscono l’Italia di centinaia di milioni di euro, le decine di morti sul lavoro che insanguinano ogni giorno fabbriche e cantieri, i milioni di abusi edilizi che deturpano il Paese, gli inquinamenti, le frodi nei finanziamenti UE, insomma tutti quelli che per la classe dirigente italiana non sono reati degni di attenzione; ebbene, è certo che i cittadini italiani avrebbero del loro Paese una percezione diversa, assai più preoccupante del preteso problema sicurezza e certamente assai più realistica.
Non è vero che sono gli extracomunitari o i rumeni che commettono il maggior numero dei reati: in realtà questa categoria di persone commette il maggior numero di piccoli reati, furti nei supermercati, nei cantieri, sugli autobus; le rapine, il traffico di droga, gli omicidi sono commessi in percentuale maggiore da italiani; e naturalmente i reati di cui non si deve parlare, quelli che è bene che non preoccupino l’opinione pubblica, quelli citati sopra, la corruzione, la frode fiscale, il falso in bilancio, gli infortuni sul lavoro, i reati ambientali ed edilizi, gli inquinamenti, quelli sono commessi soltanto da italiani.
Non è vero che, per quanto riguarda gli extracomunitari e i rumeni che delinquono, la soluzione giusta consiste nell’espulsione: la soluzione giusta, come ognuno può capire, consiste nel metterli in prigione, proprio come si deve fare con chiunque commetta reati.
Naturalmente per fare questo occorre un sistema giudiziario che funzioni; quindi bisognerebbe cambiare in fretta e furia il 90 % della legislazione penale e processuale italiana.
Quella penale, eliminando una sterminata quantità di reati inutili (mi vengono in mente l’omesso versamento di ritenute INPS, l’omesso versamento delle ritenute d’acconto, l’ingiuria, la minaccia lieve, la sosta con biglietti prepagati (i vouchers) falsificati, l’omessa esposizione negli esercizi di ristorazione della tabella dei giochi leciti; non continuo perché dovrei riempire un paio di fogli).
E quella processuale, eliminando un centinaio di adempimenti formali del tutto irrilevanti, rendendo obbligatoria l’elezione di domicilio presso il difensore, riformando completamente il regime delle notifiche (obbligatori fax o e-mail per gli avvocati), abolendo l’appello, abolendo il giudizio collegiale di primo grado (un solo giudice è più che sufficiente).
E poi, naturalmente, bisognerebbe abolire tutti i tribunali inutili, quelli formati da meno di 20 giudici, rivedendo tutte le circoscrizioni giudiziarie, dividendo i tribunali delle grandi città in 2 o 3 o 4 tribunali (perché tribunali enormi funzionano malissimo).
E poi bisognerebbe ridurre nella misura da 10 a 1 tutti gli istituti premiali che fanno si che una pena di 10 anni significhi, nei fatti, poco più di 4 anni di prigione vera e propria.
E, per finire, bisognerebbe costruire molte carceri nuove e assumere un sacco di cancellieri, segretari e personale amministrativo in genere; e naturalmente ammodernare e far funzionare una struttura informatica disorganizzata e sottoutilizzate.
E’ ovvio che, piuttosto che mettersi a fare tutto questo, è più comodo far finta di aver trovato la soluzione miracolosa: li espelliamo tutti.
Un po’ come i tanti miracolosi rimedi contro il cancro che avevano il vantaggio di far a meno di lunghe costose e faticose ricerche mediche e farmacologiche.
Non è vero che gli extracomunitari espulsi, quando vengono riacchiappati, vengono poi assolti da giudici comunisti e sabotatori: è vero che nessuno Stato che ha frontiere con l’Italia accetta di ricevere stranieri privi di documenti; e, se gli extracomunitari espulsi non collaborano e nascondono i documenti e dicono di non averli e non si riesce a provare che invece ce li hanno, c’è poco da fare, il non aver obbedito all’ordine di espulsione non è reato per via dell’articolo 40 del codice penale: nessuno può essere punito per un fatto costituente reato se non è conseguenza della sua azione; e qui il non aver obbedito all’ordine di espulsione è conseguenza della condotta dei doganieri spagnoli, francesi, svizzeri etc..
Per quanto può dire il giudice italiano, l’extracomunitario espulso “ci ha provato” ma non è riuscito ad andarsene.
Non è vero che il reato di clandestinità costituisce una soluzione idonea a ridurre il numero, stimato troppo elevato, di immigrati nel nostro Paese; prima di tutto un vero reato di clandestinità, che consiste nel trovarsi illecitamente in territorio italiano, cioè senza documenti e/o senza permesso di soggiorno, significherebbe dover celebrare centinaia di migliaia di processi, tanti quanti sono gli immigrati clandestini nel nostro Paese; il che è assolutamente impossibile, visto che non si riesce nemmeno a fare i processi che ci sono ora che terminano per l’85 % con la prescrizione.
E poi, per come è scritto (ma è ancora un progetto), questo reato di clandestinità consiste in realtà in un ingresso illecito nel nostro Paese: che viene commesso da chi vi mette piede per la prima volta in violazione delle leggi sull’immigrazione e viene acchiappato proprio mentre lo sta commettendo; per intenderci sul bagnasciuga della spiaggia di Lampedusa o mentre sta scavalcando la rete al confine tra l’Italia e la Croazia. Perché, se viene acchiappato 10 minuti dopo, mentre passeggia sulla spiaggia di Lampedusa o su un viottolo del Veneto, gli basterà dire che lui è in effetti clandestino e che però è entrato in Italia circa un mese fa (fra un anno dirà che è entrato circa un anno e un mese fa); e sarà assolto perché la legge, un mese fa (o un anno e un mese fa), ancora non c’era e nessuno può essere punito per un fatto che, nel momento in cui viene commesso, non è previsto dalla legge come reato: lo dice l’articolo 2 del codice penale.
Certo, i poliziotti, i giudici e molte altre persone di buon senso potranno immaginare che questa dichiarazione (sono entrato clandestinamente un mese fa) non è vera; ma tra immaginare e provare, nel processo penale di uno Stato di diritto (quello che l’attuale maggioranza sta distruggendo) c’è un’enorme distanza: immaginare, supporre, sospettare non basta per condannare.
Non è vero che occorre limitare le intercettazioni perché se ne è abusato, come sarebbe dimostrato dal fatto che – così dicono gli affannati esponenti della maggioranza che qualche giustificazione al loro operato debbono pur trovarla – il numero degli intercettati è elevatissimo: in realtà le intercettazioni sono disposte in una ridottissima percentuale dei processi penali (a Torino 300 processi su 200.000); quindi sono pochissime.
E’ però vero che, tra gli intercettati, vi è un numero ridotto ma importante di appartenenti alla classe dirigente.
Così, quando qualche politico racconta che vi è un numero troppo elevato di cittadini intercettati, in realtà sta dicendo che vi è un numero troppo elevato di politici e amici dei politici e amici degli amici che sono intercettati; e, certo, dal suo punto di vista, questa cosa è abbastanza grave: perché gli affari dei politici e degli amici dei politici e degli amici degli amici in genere sono un po’ sporchi.
Non è vero che le intercettazioni costano troppo; la spesa denunciata dal Governo per giustificare il disegno di legge che riduce le intercettazioni, circa 300 milioni, è una piccolissima parte del bilancio della giustizia che è pari a 7 miliardi; e comunque è comprensiva delle somme pagate per i periti e i consulenti del PM, per le spese di missione della polizia giudiziaria, per le trascrizioni degli interrogatori e via dicendo.
E poi sarebbe semplice diminuire ulteriormente questo costo addossandolo ai gestori telefonici che agiscono in regime di concessione (è lo Stato che gli “concede” di fare il loro business): lo Stato potrebbe pretendere che le intercettazioni venissero fatte gratis. O almeno, potrebbe pretendere che venissero fatte al costo, senza guadagnarci (enormemente, come avviene oggi).
Infine le intercettazioni fanno scoprire un sacco di reati economici e fanno recuperare un sacco di soldi; succede così che quasi sempre le intercettazioni “si pagano da sole”.
Non è vero che le intercettazioni vengano pubblicate abusivamente e che quindi bisogna intervenire per bloccare questo malcostume: esse compaiono sui giornali quando è caduto il segreto investigativo, cioè quando l’imputato e i suoi difensori le conoscono, ad esempio perché sono riportate in un provvedimento del giudice che li riguarda (ordinanza di misura cautelare, di sequestro, di perquisizione etc.).
Quindi, quando vengono pubblicate, sono pubbliche: non c’è nessun abuso.
Non è vero che le intercettazioni e le altre notizie che riguardano il processo vengono passate ai giornalisti dai giudici.
Per prima cosa non è mai stato provato. E poi basta chiedere ai giornalisti; che spiegheranno a chi vuole starli a sentire che le informazioni che essi pubblicano lecitamente le ricevono dai difensori degli imputati, subito dopo che loro stessi le hanno conosciute.
Certe volte le ricevono dagli stessi imputati che poi sfruttano la pubblicazione per mettersi a strillare che la loro privacy è stata violata e che il giudice (in realtà il PM) ce l’ha con loro, che deve essere trasferito, che il processo deve essere celebrato da un’altra parte e insomma tutto il manuale del perfetto impunito.
Quanto alle informazioni illecitamente conosciute, non si capisce perché tra cancellieri, polizia giudiziaria, traduttori, trascrittori, interpreti, avvocati di parti offese e parti offese interessate a sputtanare gli imputati, si debba pensare che l’autore delle fughe di notizie sia il giudice, che del resto è proprio quello che da queste fughe di notizie riceve un danno: sia per se stesso, ché è lui ad essere immediatamente additato come la fonte; sia per il processo.
Non è vero che i giudici parlano dei loro processi in televisione o sui giornali: i giudici parlano (quando lo fanno, quando possono, quando qualcuno glielo chiede) delle difficoltà del processo italiano, dello stato disperato del sistema giudiziario italiano, delle pressioni o minacce o avvertimenti che ricevono, di leggi sbagliate o funzionali ad assicurare l’impunità a questo o quel potente, a questa o quella casta.
Gli stessi giudici Forleo e De Magistris hanno parlato del loro isolamento, delle pressioni e minacce ricevute, delle difficoltà della loro situazione: mai dei loro processi, delle prove raccolte, delle dichiarazioni rese da imputati o testimoni.
Non è vero che le notizie che non hanno rilevanza penale non debbono essere rese note all’opinione pubblica: se queste notizie riguardano uomini pubblici, gente che si è assunta la responsabilità di governare o gestire il Paese, l’opinione pubblica ha diritto di sapere tutto di loro, anche se si tratta di cose non costituenti reato.
Se un onorevole che firma una legge contro la liberalizzazione della droga è, nella vita privata, un cocainomane; se un ministro favorisce suoi conoscenti o compagni di partito con incarichi ben remunerati; se un giudice frequenta persone poco raccomandabili, è necessario (non giusto, necessario) che i cittadini lo sappiano.
Non è vero infine che lo Stato italiano abbia necessità di un’occupazione militare del territorio.
Prima di tutto 2.500 militari sono una quantità di uomini ridottissima rispetto a quanto ne mettono in campo Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza e Vigili Urbani che, tutti insieme, assommano a più di 200.000 uomini.
E poi una forza di Polizia non addestrata, anzi addestrata ad operare in territorio nemico, in una situazione di guerra, con mezzi e mentalità incompatibili con la vita civile di un Paese democratico, non può che essere causa di danni e reati assai più numerosi e gravi di quelli che si vorrebbero prevenire o reprimere.
Ricordo che, in una delle numerose occasioni in cui veniva sbandierata la ferma volontà di combattere l’evasione fiscale (ferma volontà più volte riaffermata e mai attuata seriamente), si pensò di assegnare ai funzionari delle imposte la qualifica di ufficiali di PG; e non si ritenne opportuno di farlo, proprio per la mancanza di uno specifico addestramento, di una specifica mentalità, dei rischi che un potere così grande e pericoloso (se male usato) venisse affidato a uomini non preparati ad usarlo e quindi inidonei.
Allora, alla fine, la domanda è: perché questa gente mente?
E la risposta è ovvia: perché si tratta di leggi sbagliate, demagogiche, dirette a guadagnare popolarità e consenso e a procurarsi l’impunità.
giovedì 19 giugno 2008
Nuovi significati
«Minore» (agg.) […]
1. Compar. di piccolo, più piccolo.
2. Meno numeroso, meno elevato.
3. Meno grave, meno importante.
[...]
7. (dir.) [2008] Detto di reato per il quale è imputato Silvio Berlusconi. (est.) Illecito penale la cui pena edittale massima è uguale o inferiore a quella prevista per i reati per cui è imputato S.B.
mercoledì 18 giugno 2008
"Ostilità profonda"
“Questa è davvero una situazione che non ha eguali nel mondo occidentale” (Uguale per tutti, 17 giugno 2008)
martedì 17 giugno 2008
Sudditi di Sua Impunità
Il provvedimento salvacriminali sulle intercettazioni, in effetti, sembrava ancora troppo poco. C’era quasi da stare in pensiero. Ecco infatti, immancabile, puntuale, un’altra misura "salva-premier", ovvero due emendamenti al decreto legge sulla sicurezza finalizzati alla sospensione dei processi che riguardano, tra gli altri (guarda caso), il presidente del Consiglio. Il contesto normativo è del resto più che appropriato, trattandosi pur sempre di sicurezza: la sua.
C’è forse da commentare? C’era forse bisogno di questa ennesima conferma per rendersi conto che chiamare "democrazia" o "Stato di diritto" l'Italia è ormai da tempo solo una (triste) barzelletta?
E' inutile lagnarsi. Il regime(tto) politico-televisivo questo produce: controllo dei media = consenso popolare = potere politico. L’inettitudine (o peggio) della cosiddetta "opposizione" (in realtà un intreccio di comitati d'affari del tutto complementare a quello attualmente al potere) completa il quadro. Fin quando tale circolo nefasto riuscirà a perpetuarsi questo, non altro (e anche di peggio, temo), abbiamo da attenderci.
Ma forse è ormai troppo tardi: il caudillo coi tacchi ha vinto, i cittadini italiani (o meglio i "sudditi" di Sua Impunità) hanno perso. Compresi gli ignari plaudenti.
La classe politica più corrotta e rapace d'Europa e un ceto 'intellettuale' che trae dall'impostura a copertura del potere la propria principale fonte di reddito a questo hanno condotto.
Allegri, dunque: il Sudamerica è vicino.
lunedì 16 giugno 2008
Intercettazioni: la necessità e l'urgenza

Sullo stesso tema:
Necessità e urgenza (Marco Travaglio, l'Unità, 12 giugno 2008)
Il Popolo dell'Omertà (Marco Travaglio, l'Unità, 14 giugno 2008)
La grande impostura dell’emergenza intercettazioni (Uguale per tutti, 16 giugno 2008)
domenica 15 giugno 2008
In preda al delirio
sabato 14 giugno 2008
giovedì 12 giugno 2008
mercoledì 11 giugno 2008
martedì 10 giugno 2008
Operazione impunità duratura
Come smantellare definitivamente lo Stato di diritto, attraverso la cancellazione ex lege dei principi di uguaglianza e di legalità?
In Italia “si può fare” – pacatamente e serenamente, attraverso pochi, semplici, passaggi (il grosso del lavoro è già stato ampiamente svolto negli ultimi anni, siamo dunque ai ritocchi finali):
1) attacchi sistematici e bipartisan (interrogazioni parlamentari, ispezioni ministeriali, azioni disciplinari, discredito mediatico e chi più ne ha più ne metta) contro i magistrati che ancora osano applicare la legge senza fare distinzioni tra cittadini di serie A e di serie B (si veda alle voci Forleo e De Magistris);
2) introduzione del “reato di clandestinità”, ovvero: il deliberato (in quanto assolutamente prevedibile e razionalmente non giustificabile) intasamento degli organi giurisdizionali, con conseguente blocco operativo degli stessi (oppure, più semplicemente, una sesquipedale panzana propagandistica per rassicurare i tele-ipnotizzati italici in preda all'allarme sicurezza);
3) attenuazione dell’obbligatorietà dell’azione penale con criteri di priorità circa i reati da perseguire fissati dal Parlamento, cioè dai partiti (riportata recentemente in auge da Veltroni). In altri termini, introduzione di una giustizia “a due velocità”: una più rapida (almeno nelle intenzioni) per i reati comuni (quelli, per capirci, su cui televisioni e giornali esercitano quotidianamente il loro isterico allarmismo), e un’altra decisamente più lenta, o del tutto ferma (comunque a prescrizione garantita), per i reati dei “colletti bianchi”;
4) divieto (pur condito con avvocateschi distinguo) di disporre intercettazioni nelle indagini penali e divieto di pubblicare quelle ancora ammesse, vale a dire: privare la magistratura di un fondamentale strumento d’indagine (anche in relazione a reati gravissimi, e con effetto prevedibilmente retroattivo, in virtù del principio del favor rei), nonché annullare il diritto dei cittadini di essere informati su fatti criminosi di grande rilevanza pubblica (i reati della classe dirigente politico-finanziario-imprenditoriale, per fare un esempio a caso).
La rotta è insomma chiaramente tracciata: la certezza del diritto intesa come certezza dell’impunità (di casta). Pacatamente e serenamente.
Alcune letture sul tema:
La scomparsa dei reati (Marco Travaglio)
L’ultimo attacco alla Giustizia (Salvatore Borsellino)
La legge Arsenio Lupin (Marco Travaglio)
Al cittadino non far sapere (Marco Travaglio)
Segnali di pericolo (Furio Colombo)
I confini dei diritti (Stefano Rodotà)
Intercettazioni: l’ennesimo atto contro la giustizia (Uguale per Tutti)
Una sfilza di leggende (Luigi Ferrarella)
L'Onorevole Angelino (Marco Travaglio)
Basta menzogne e sciocchezze sulle intercettazioni (Felice Lima)
Blackout giustizia (Intervista di Peter Gomez a Bruno Tinti)
Il legislatore non vuole che la giustizia penale funzioni (Bruno Tinti)
venerdì 6 giugno 2008
Energia e ambiente: la parola a Carlo Rubbia
Rubbia: "Né petrolio né carbone soltanto il sole può darci energia"
(Giovanni Valentini, La Repubblica.it, 30 marzo 2008)
Chicco, dove c'è un bottino
Com'è possibile accreditarsi pubblicamente come 'ambientalista' e al tempo stesso farsi strenuo propugnatore delle peggiori nefandezze ambientali, incenerimento dei rifiuti in primis?
Semplice: basta chiamarsi 'Chicco' Testa e frequentare l'habitat massmediatico italiano, in cui la realtà è sistematicamente capovolta, la notorietà è sinonimo di competenza e le bugie hanno le gambe lunghissime.
Tra le varie 'perle' che il noto 'ambientalista' atomico va da qualche tempo generosamente dispensando a destra e a manca, la recente dichiarazione (Annozero, 5 giugno 2008) secondo la quale le ceneri dei "termocombustori" sarebbero dei rifiuti "inerti", e quindi da non considerare affatto come "tossico-nocivi".
In realtà, la composizione delle ceneri prodotte dagli inceneritori (pur classificate dai nostri ineffabili burocrati come “inerti”) varia a seconda del materiale combusto, ma può contenere micidiali concentrati di sostanze tossiche estremamente pericolose per l’ambiente e per la salute. Definire "inerti" tali sostanze, negandone la natura "tossico-nociva", denota come minimo monumentale ignoranza o, peggio, fraudolenta malafede - in ogni caso un totale spregio della salute delle persone.
La prima e più importante fonte di inquinamento, in Italia più che altrove, è senza dubbio la disinformazione. Almeno da questo punto di vista anche il 'verde' Testa Chicco potrebbe dare (nel suo piccolo) un sostanziale contributo ambientalista: ridurre (e possibilmente azzerare) la sua produzione personale di eco-balle.
Ma non facciamoci illusioni: per dirla con Upton Sinclair, "è difficile far capire a un uomo qualcosa, quando il suo stipendio dipende proprio dal non capirlo".
mercoledì 4 giugno 2008
martedì 3 giugno 2008
2008: anno europeo del dialogo interculturale. The Italian way
“Obiettivi dell’anno: Maggiore Coesione e identità europea, Rispetto delle diversità culturali nazionali e locali, Dialogo tra le culture europee ed il resto del mondo, Rispetto dei diritti umani e tolleranza” (dal sito web del Ministero per i Beni e le Attività culturali).
“Finiremo in campi di concentramento”
(El Paìs, 15 Maggio 2008)
Spagna contro Italia: "Metodi xenofobi contro l'immigrazione"
(Adnkronos, 16 maggio 2008)
Sicurezza, Spagna e Osce criticano Italia su immigrati
(Reuters, 16 maggio 2008)
Quando l’Italia demonizza la diversità
(Le Temps, 17 Maggio 2008)
Sicurezza, Spd tedesca accusa: "pogrom" in Italia contro i rom
(Reuters, 20 maggio 2008)
Commission warns Italy not to expel Roma
(EurActiv, 21 maggio 2008)
Il manganello di Berlusconi
(El Paìs, 23 Maggio 2008)
La destra italiana bersaglia zingari e immigrati
(Los Angeles Times, 24 Maggio 2008)
Le paure di una violenza razzista aumentano mentre una gang si scatena a Roma
(The Guardian, 26 Maggio 2008)
Razzismo, Amnesty accusa Italia: rischia essere paese pericoloso
(Reuters, 28 maggio 2008)
Italy: Human rights groups attack action against Roma Gypsies
(Adnkronos International, 28 maggio 2008)
The politics of fear return to Italy. Immigrants are under attack from the resurgent Right - and even from vigilante mobs
(Times Online, 29 maggio 2008)
L’Italia autorizza poteri straordinari contro i rom
(El Paìs, 30 Maggio 2008)
Immigrati, Onu condanna Italia per reato clandestinità
(Reuters, 2 giugno 2008)
Euro MP: Italy's handling of Roma 'clearly fascist'
(EurActiv, 2 giugno 2008)







































