martedì 29 luglio 2008

Berlusconi IV - Il secondo (tragico) contratto



Forte del crescente consenso registrato dagli ultimi sondaggi, Berlusconi decide finalmente di rivelare i veri contenuti del suo “contratto con gli italiani”.

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lunedì 28 luglio 2008

Missione istituzionale



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domenica 27 luglio 2008

Verità sull’11 settembre



Senato dell’Arizona, la senatrice repubblicana Karen Johnson chiede l’apertura di una nuova inchiesta indipendente sui fatti dell’11 settembre 2001.

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Petrolio

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sabato 26 luglio 2008

Berlusconi - Pubblicità Progresso / 2



Aiutiamo lo smemorato di Arcore a ritrovare la memoria.

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giovedì 24 luglio 2008

Il "dialogo per le riforme"



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Il "partito liquido"


(Immagine ricavata da vignette di Vauro e di Bill Watterson.)

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mercoledì 23 luglio 2008

Il bavaglio che ci attende



Video-intervista a Peter Gomez in occasione della presentazione del nuovo libro "Il bavaglio" (da: YouReporter.it).

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martedì 22 luglio 2008

La barzelletta del giorno


Il "lodo Alfano" è legge (Ansa, 22 luglio 2008).

Qui il momento dell'approvazione e qui la notizia secondo il 'cinegiornale' Raiset (se ne sconsiglia la visione da parte di un pubblico non adulto).

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lunedì 21 luglio 2008

La tutela della pubblica opinione - II parte

(Stefano Sernia, da: Uguale per tutti)

In un precedente post pubblicato su questo blog ho cercato di spiegare perché è essenziale tutelare la pubblica opinione dagli interventi manipolativi realizzati mediante il ricorso ad un’informazione scorretta; ed ho cercato anche di evidenziare come, al fine della realizzazione di un sistema democratico, questa tutela sia un necessario corollario al principio della separazione dei poteri, che altrimenti sarebbe privo di effettività.
Vale la pena di riaffrontare ed approfondire il discorso, pregando il lettore di prendere però le mosse da quanto già scritto nel precedente post, senza la cui lettura il presente potrebbe divenire di più difficile comprensione.

Poiché la pubblica opinione si traduce in scelte elettorali, ed è il Corpo Elettorale che elegge il Parlamento, e poiché il Parlamento partecipa al procedimento di nomina o elezione di tutti gli altri Poteri dello Stato (eccezion fatta per quello giudiziario) e dei principali organi costituzionali di garanzia (che la Costituzione prevede per assicurare un sistema di reciproci controlli e contrappesi tra i poteri dello Stato, affinché nessun potere possa travalicare gli altri e non si realizzino forme di dittatura o tirannia di fatto), è assolutamente indispensabile che la pubblica opinione si formi in base ad una corretta informazione; altrimenti, chi detiene e manipola l’informazione, può impadronirsi dell’intero Stato e scardinare il sistema di controlli e contrappesi essenziale alla democraticità del sistema.

Al momento, l’eventuale (?) Grande Manipolatore incontra un serio ostacolo; infatti, per via elettorale al momento è possibile impadronirsi direttamente (o indirettamente) di tutti i poteri dello Stato, ma non agevolmente della Magistratura, della quale la Costituzione garantisce l’indipendenza dal potere politico.
Tale indipendenza è assicurata in primo luogo dalla esistenza di garanzie formali, quali l’inamovibilità del magistrato se non nei casi previsti dalla legge; e la riserva al CONSIGLIO SUPERIORE DELLA MAGISTRATURA, o CSM (i cui membri elettivi sono costituiti per 2/3 da magistrati eletti dai magistrati; solo 1/3 è di nomina politica; a parte è il Presidente, che è il Presidente della Repubblica) delle decisioni che incidono sul principio d'inamovibilità e su ogni deliberazione riguardante la carriera del magistrato (promozioni; sanzioni disciplinari; diritto a trasferimenti di sede, ecc.): sicché il Magistrato sa che la sua carriera ed il suo destino (professionale ed economico: il giudice è un pubblico dipendente che vive del suo stipendio) non sono legati alla necessità di compiacere il Ministro della Giustizia o comunque il potere politico, perché questi non hanno alcun potere diretto sulla sua carriera (un discorso a parte si potrebbe fare sul potere di condizionamento indiretto, legato alla titolarità del potere di promovimento dell’azione disciplinare, che spetta al Ministro; e sui rischi connessi ad una comunque consistente presenza politica all’interno del CSM, che talora – per convergenze di interesse correntizio - dà luogo ad alleanze con componenti eletti dalla magistratura: ma il discorso è lungo e complesso, e lo si affronterà magari a parte in altra occasione).
Ad evitare che il magistrato possa poi per altra via incontrare condizionamenti di vario genere, gli è fatto divieto di svolgere qualsiasi altra forma di attività economica anche occasionale, ivi compreso in genere l’insegnamento a fine di lucro (di qui tra parentesi, l’importanza dello stipendio per il magistrato e per il Paese: un magistrato economicamente soddisfatto e sottratto alla tentazione ed alla necessità economica è un magistrato indipendente).
L’indipendenza della Magistratura è poi in particolare assicurata proprio dalle forme di accesso alla magistratura, che sono date da pubblici concorsi gestiti dal CSM, e sui quali il potere politico non ha spazi di intervento (in realtà, con l’approvazione del nuovo ordinamento giudiziario, vi è un potenziale pericolo di interferenze, atteso che la formazione dei neo-magistrati è affidata ad una scuola della magistratura per gran parte di emanazione ministeriale).
Appare del tutto evidente che, invece, laddove si addivenisse a meccanismi di scelta elettorale del giudice (come di recente da alcune parti si va ventilando), non solo si avrebbe necessariamente il risultato di una magistratura politicizzata (e cioè, si realizzerebbe appieno quel male che invece ipocritamente si dichiara di voler combattere), ma si perderebbe, ovviamente, quel requisito di indipendenza della magistratura che è una delle architravi del sistema delle garanzie costituzionali, e che assicura a chiunque che la sua situazione personale, il suo diritto o il suo torto, verranno giudicati solo per quel che sono, e senza alcuna considerazione per le implicazioni ulteriori della sentenza: l’indipendenza della magistratura, il suo essere svincolata dal potere politico, è un necessario presupposto per la realizzazione del principio della eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.
Invece, in un sistema di nomina elettorale, poiché non sono pensabili elezioni in cui non partecipino i partiti, avremmo il bel risultato di giudici eletti per il loro orientamento politico, o peggio ancora, per il loro essere graditi alle segreterie dei partiti: possiamo immaginare con quanto beneficio per la giustizia e l’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge!
Ed un giudice, per essere eletto o rieletto, cosa dovrebbe poi fare? Non finirebbe senz’altro per piegare la sua attività alla necessità di incontrare il favore dei partiti o della pubblica opinione?
Ma in Italia la pubblica opinione è libera, matura ed informata, o quotidianamente ingannata e drogata da un’informazione talora faziosa, talora incompleta, talora servile, che spesso si piega a condurre campagne di delegittimazione della Magistratura (e non solo) quali tappe necessarie a giustificare e rendere accetti interventi che la privino della propria indipendenza e ne realizzano la controllabilità politica?

Come si vede, il tema della tutela della pubblica opinione è sempre centrale.

Altri ostacoli a che, attraverso la manipolazione della pubblica opinione, si possa pervenire ad un impossessamento totale dello Stato e dei suoi poteri, sono dati dalla circostanza che i principali ed importantissimi organi di garanzia previsti dalla Carta Costituzionale (il PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ed i giudici della CORTE COSTITUZIONALE) devono essere nominati dal PARLAMENTO con maggioranze particolarmente elevate, tali da rendere normalmente (almeno un tempo) difficile che una sola parte politica possa raggiungerle senza il consenso dell’opposizione; per capire l’importanza di tali organi, basti pensare che:
1)la Corte costituzionale (art. 134 della Costituzione) giudica della conformità delle leggi ordinarie (quelle approvate dal Parlamento con la maggioranza semplice dei votanti) alla Carta costituzionale (e cioè la legge fondamentale dello Stato, che stabilisce i diritti inviolabili ed i doveri ineludibili dei cittadini, e la ripartizione di competenze tra i poteri dello Stato), e quindi garantisce che la maggioranza politica di turno non adotti leggi che violino i diritti fondamentali dei cittadini e loro libertà costituzionali, o le competenze degli organi previsti a garanzie di queste; giudica inoltre dei conflitti tra i poteri dello Stato, allorché cioè un potere dello Stato lamenti un’invasione delle proprie sfere di competenza da parte di un altro potere; infine, giudica il Presidente della Repubblica in caso venga accusato di alto tradimento o di attentato alla Costituzione (artt. 134 e 90 della Costituzione);
2)il Presidente della Repubblica esercita una preliminare valutazione (comunemente detta, a delinearne la sommarietà, “delibazione”) di legittimità costituzionale dei disegni di legge di origine governativa e delle leggi approvate dal Parlamento (artt. 87 e 74 Cost.), potendo rifiutare e la presentazione dei suddetti disegni di legge, e la promulgazione delle leggi ritenute incostituzionali; decide lo scioglimento di una o entrambe le Camere del Parlamento (art. 88 Cost.) quando ravvisa mal funzionamenti delle stesse (ivi compresi, in ipotesi, reiterati atti di violazione della Costituzione mediante legge ordinaria) e può pubblicizzare le ragioni di tali sue scelte mediante messaggi alle camere ed alla nazione; presiede inoltre – tra l’altro – il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) che, come si è visto, è il titolare esclusivo di ogni potere in ordine alla carriera ed allo status dei magistrati ordinari.

A chiusura del sistema delle garanzie, vi è poi la c.d. “rigidità” della Carta Costituzionale, espressione con la quale si intende che la stessa può essere modificata solo con maggioranze molto elevate, spesso raggiungibili solo col concorso dell’opposizione, e con un procedimento complesso, che dovrebbe garantire la ponderatezza delle riforma: ogni camera deve approvare la legge di riforma costituzionale con la maggioranza assoluta dei suoi componenti, in due distinte votazione a distanza di tre mesi l’una dall’altra; se tale ultima l’approvazione avviene con maggioranza inferiore ai 2/3 dei membri di ciascuna Camera, è possibile indire un referendum popolare: ciò che appunto ha affossato la riforma costituzionale partorita dal penultimo Governo Berlusconi, e che avrebbe aumentato a dismisura i poteri del capo del Governo, ridotto quelli del Capo dello Stato (in primis, quello importantissimo di scioglimento delle Camere), ed aumentato notevolmente il controllo politico sulla Corte Costituzionale (i cui membri di nomina parlamentare sarebbero passati da 1/3 alla metà circa).

La nostra Costituzione è quindi la prima difesa contro la concentrazione del potere e l’avvio verso regimi autoritari.
Maggioranze forti (frutto di leggi elettorali di ispirazione maggioritaria e non proporzionali come quelle del passato) come quelle che hanno caratterizzato i governi del centro destra in realtà avrebbero agevolmente consentito stravolgimenti autoritari della Carta Costituzionale, pur talora ventilati; a ciò tuttavia hanno verosimilmente fatto ostacolo alcune circostanze.
In primo luogo, probabilmente (e fortunatamente) un certo grado di reciproca diffidenza tra le forze che tale disegno perseguono, e che hanno l’interesse a non apportare modifiche radicali e irreparabili, perché potrebbero un giorno essere loro a patirne le conseguenze per mano dell’alleato più forte.
In secondo luogo, la difficoltà di difendere davanti alla opinione pubblica una Costituzione troppo marcatamente e palesemente autoritaria, in cui si realizzasse il pur più volte ventilato assoluto controllo del potere politico sulla magistratura e sugli altri organi di garanzia, alcuni dei quali, ancora oggi, investiti di un notevole prestigio e consenso popolare (nel quinquennio successivo a “Mani pulite”, la Magistratura; attualmente, almeno il Presidente della Repubblica).

Per tali ragioni, si assiste ad una politica dei piccoli passi (fondata su continui attacchi denigratori; e su piccole riforme), che, non a caso, si concentrano pertanto proprio sugli organismi di garanzia: la Magistratura (ed il CSM, di cui pure continuamente si ventilano riforme atte ad aumentarne la componente di nomina politica, sì da aumentare le possibilità di controllo politico sulla magistratura), il Presidente della Repubblica, e la Corte Costituzionale, oggetto sia di interventi di revisione costituzionale contenuti, ma comunque in grado da incidere pesantemente sulla loro indipendenza e sulla loro operatività (si veda appunto la legge di revisione costituzionale approvata nel 2005 ed non entrata in vigore grazie all’esito negativo del referendum), sia di continui e cumulativi interventi di delegittimazione che, nel tempo, giustificheranno alla pubblica opinione la realizzazione di interventi più ampi e severi (tra i quali, eventualmente, la ventilata elezione dei magistrati quale rimedio alle inefficienze dei “giudici fannulloni”); sia infine di interventi operati con legge ordinaria, la cui legittimità costituzionale è spesso assai dubbia, ma la cui forza viene implementata attraverso massicce campagne di stampa mirate a delegittimare ed intimidire i titolari degli organi di grazia e la magistratura .
Quanto al CSM, ad es., con legge ordinaria se ne sono gravemente ridotti di numero i componenti, sì da renderne estremamente difficoltoso il funzionamento ed additarlo ad esempio di inefficienza ed incapacità gestionale dei suoi compiti (tra i quali quelli disciplinari sui magistrati): il che verrà probabilmente strumentalizzato per giustificare il trasferimento di tali competenze ad altri organi di maggiore fedeltà governativa.

Quanto alla magistratura, dopo averla continuamente delegittimata con un progressivo crescendo di accuse di politicizzazione, inefficienza, scarsa laboriosità, si sono prima approvate riforme dell’Ordinamento giudiziario tese a introdurre una strisciante gerarchizzazione della magistratura, al fine di poterne operare per tale via un controllo (attraverso il controllo sul CSM che nomina i vertici degli uffici giudiziari: il che, si noti, è stupido, perché è proprio la diffusività del potere giudiziario, il suo essere un potere acefalo e non gerarchizzato, in cui ogni magistrato decide secondo coscienza, che costituisce la migliore delle garanzie contro l’ergersi di tale potere a soggetto unico ed antagonista degli altri poteri); ed infine se ne sono ridotti temporaneamente gli stipendi – minandone così l’indipendenza economica e creando il timore di ulteriori interventi “punitivi” in futuro – e si ventila di ridurne le ferie; si ventila altresì, come si diceva, l’elezione dei magistrati (il che suona un po’ anche come minaccia di licenziamento ai giudici in servizio: non date troppo fastidio, altrimenti vi sostituiamo con quelli che piacciono a noi….).

Quanto al Presidente della Repubblica ed alla Corte Costituzionale, li si è accusati di partigianeria ogni qual volta si sono permessi di operare il loro dovuto sindacato sulle leggi emanate dal centro destra che maggiormente si ponevano in tensione con i principi costituzionali; e li si è poi fatti oggetto di quei disegni di revisione costituzionale di cui già si è detto.

Rigidità della Costituzione e meccanismi elettorali governati dalla necessità di maggioranze molto ampie non sono poi più garanzie sufficienti ad evitare profondi e gravi stravolgimenti dell’aspetto costituzionale della Repubblica (in parole povere: il nostro mondo, i nostri diritti) ad opera di partiti politici godenti di risicate maggioranze nel Paese.

Occorre infatti considerare che l’abbandono dei sistemi elettorali proporzionalistici, se ha finalmente offerto un salutare ridimensionamento del numero dei partiti politici e comunque favorito una semplificazione degli schieramenti, ha per converso reso però più facili il raggiungimento di quelle maggioranza qualificate necessarie ad approvare le modifiche della Carta Costituzionale: infatti, in un sistema maggioritario, è facile che il numero dei seggi conquistati da chi vince le elezioni sia molto maggiore di quello che le spetterebbe in base ad un sistema proporzionalistico: vediamo perché.
In un sistema proporzionalistico, i seggi conquistati sono direttamente proporzionali al numero dei voti ricevuti; se un’alleanza di partiti ha ottenuto il 35% dei voti, in Parlamento avrà il 35% dei seggi.
Nel sistema maggioritario, invece, il numero dei seggi ottenuti è proporzionale al numero dei collegi (o circoscrizioni elettorali) in cui si è vinto; la differenza non è da poco, per due ragioni principali:
1) se il numero degli elettori non è approssimativamente lo stesso in ogni collegio, ma ad es. nella maggioranza dei collegi è nettamente inferiore rispetto ad altri, basta vincere nei collegi “meno popolati” per ottenere la maggioranza dei collegi e quindi dei seggi; le continue modifiche delle leggi elettorali credo siano anche studiate a ridisegnare i collegi, in modo da moltiplicare (spezzettandoli in più collegi) quelli in cui si ha possibilità di vincere, ed accorpare in un minor numero di collegi quelli in cui si ritiene le possibilità siano a favore della opposizione;
2) il sistema, comunque, comporta notevoli storture anche laddove i collegi siano equamente composti; ed invero, il partito o schieramento di partiti che in tutti i collegi raggiungesse il 49% dei voti rischierebbe di non ottenere nemmeno un seggio, se il restante 51% dei voti andasse tutto allo schieramento avversario; questo, pertanto, col 51% dei voti avrebbe il 100% dei seggi.
Sebbene questo appena rappresentato sia solo un caso estremo (è implausibile che uno schieramento non vinca in alcun collegio), cionondimeno è facilissimo che avvenga che lo schieramento perdente si veda riconosciuto un numero dei seggi molto inferiore al numero dei voti conseguiti; se ad es. lo schieramento B riporta il 49% dei voti nell’80% dei collegi, e vince nel restante 20, conseguirà solo il 20% dei seggi.
Per la verità, le vigenti leggi elettorali hanno sempre previsto dei meccanismi compensativi, che tuttavia non sono in grado di evitare del tutto le storture evidenziate, ma solo di attenuarle parzialmente.

Oggi è pertanto facile che uno schieramento che consegua maggioranze molto risicate, e magari non abbia conseguito la maggioranza dei voti espressi, possa governare con maggioranze atte a permettergli di modificare la Costituzione e nominare in solitudine gli organi di garanzia; non osiamo pensare quel che accadrebbe se dovesse mai andare in porto anche il progetto di avere una magistratura elettiva, così scardinandosi l’unico potere non avente investitura politica!

Orbene, traendo le fila del discorso, si evidenzia così, come correttamente commentava un lettore del blog, anche un problema di leggi elettorali; il ritorno al sistema proporzionale, con uno sbarramento che precluda la rappresentanza politica in Parlamento alle forze politiche marginali, appare una soluzione di gran lunga più consona al disegno delle garanzie immaginato dalla Costituzione, rispetto all’attuale sistema di leggi maggioritarie.

Che c’entra tutto questo con la tutela della pubblica opinione?
Bene, non siamo andati fuori tema.
Il punto è che la vigilanza della pubblica opinione è fondamentale perché fallisca il disegno di stravolgimenti costituzionali, di fatto o di diritto, fondata sulla politica dei piccoli passi condotta mediante preventive campagne di delegittimazione poggiate su fatti ed argomenti falsi.
Di qui l’estrema importanza di una informazione corretta e non piegata agli interessi di parte; di qui la necessità di attivarsi a pretendere che i media ed i politici dicano il vero.
Si tratta di un’utopia senza alcun fondamento di diritto?.
No.
Nel precedente post, cui rinvio il paziente lettore, ho già richiamato la tutela a mio parere apprestata dagli artt. 656 (pubblica diffusione di notizie false e tendenziose, atte a turbare l'ordine pubblico) e 294 c.p. (attentati contro i diritti politici del cittadino), fattispecie che, tra l'altro punisce anche chi determina con l'inganno taluno ad esercitare un diritto politico in senso difforme dalla sua volontà: per fare un esempio, consideriamo il caso dell’elettore che voglia esprimere un voto utile alla soluzione dei problemi della giustizia, e lo eserciti in favore della parte politica che gli faccia credere, con doloso inganno (propalazione di notizie false ecc.) che la soluzione da lei proposta (ad es.: abolizione o ridimensionamento CSM; sottoposizione del P.M. all'esecutivo; prescrizioni brevi; riduzione stipendi o ferie magistrati) sia quella giusta.

Per rispondere alla richiesta di un lettore, riporto poi anche l’art. 2 della legge n. 63 del 1969, che disciplina la professione di giornalista:
ART. 2 - Diritti e doveri

È' diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà d'informazione e di critica, limitata dall'osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede.

Devono essere rettificate le notizie che risultino inesatte, e riparati gli eventuali errori.
Giornalisti e editori sono tenuti a rispettare il segreto professionale sulla fonte delle notizie, quando ciò sia richiesto dal carattere fiduciario di esse, e a promuovere lo spirito di collaborazione tra colleghi, la cooperazione fra giornalisti e editori, e la fiducia tra la stampa e i lettori.

La violazione di tale norma è fonte di responsabilità disciplinare per il giornalista, e chiunque può fare un esposto all’ordine del giornalista che ha diffuso notizie false o esagerate, in mala fede.

Occorre, quindi, attivarsi e organizzarsi.
Stefano SERNIA
Giudice del tribunale di Lecce.

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domenica 20 luglio 2008

La scuola prima di tutto

… Qundi è arrivato il gesto contro l'inno nazionale. “Non dobbiamo più essere schiavi di Roma. Toh... all'inno di Mameli dico io”, ha esclamato il Senatur con il dito medio alzato, tra gli applausi.


Bossi ha anche rilanciato la necessità di una riforma della scuola, in senso federalista. “Dopo il federalismo - dice - bisogna passare anche alla riforma della scuola. Non possiamo più lasciare martoriare i nostri figli da gente che non viene dal Nord. Il problema della scuola è molto sentito …”. (Adnkronos, 20 luglio 2008)

Lui ne sa qualcosa.

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sabato 19 luglio 2008

Per non dimenticare



Paolo Borsellino sulle contiguità mafia-politica. Una lezione da ricordare, anche (e soprattutto) ai tanti sepolcri imbiancati che oggi lo commemoreranno.

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venerdì 18 luglio 2008

I codici cancellati

(Franco Cordero, da: Repubblica.it)

PAROLE, gesti, mimica berlusconiani sono materiale clinico. Vedi come reagisce nella Ville Lumière, dove autorità e popolo commemorano il 219° anniversario della Bastiglia espugnata. Quando gli comunicano l'arresto d'O. D. T., già sindacalista Psi, ora Pd, e alcune persone più o meno limpide al vertice della Regione Abruzzo, sotto l'accusa d'una gestione corrotta della sanità, la cui spesa tocca livelli stellari, sembra ignaro del caso (lo suppongo tale, mentre qualche interessato, stando alle notizie, se l'aspettava), inveisce contro l'ennesimo "teorema".

Nome curioso. Nell'Italia rieducata da Mediaset parola e pensiero sono drasticamente ridotti: circola un italiano "basic", vocaboli combinati in sintagmi che l'utente trova prêts-à-dire, senza fatica mentale; glieli forniscono speaker, giornali, politicanti; "teorema" viene da questo fondo, come "gogna mediatica", "assalto allo Stato democratico", "cittadino crocifisso".

Quanto più parlano e scrivono, tanto meno dicono: fissa lui la misura del pensabile, pochissimo; e non essendo Erasmo da Rotterdam o Tommaso Moro (glieli avevano nominati dei ghost writers), subisce i limiti che impone, ma l'osservatore attento nota l'emissione verbale coatta; tipico sintomo. Il paziente pensa, dice, fa qualcosa costrettovi ab intra (nel lessico freudiano "Zwang" o l'inglese "compulsion"). Lo sfondo è una paura angosciosa. Freud la studia in due casi famosi, "Il piccolo Hans" e "L'uomo dei topi".

Cosa spaventa Sua Maestà? Un'entità astratta, senza viso: in greco, nómos basiléus, la legge, regola sovrana: gl'infesta le notti; la combatte da quarant'anni; l'ha manomessa in mille modi; dallo scempio è nato un impero. L'ormai vecchio nomòfobo vuol chiudere i conti seppellendola. Tale il senso della furia verbale: poiché a Pescara le toghe perseguitano chi merita riguardi, su due piedi annuncia una "riforma radicale della magistratura"; vuol scindere le carriere?; non basta, scaverà a fondo.

Chi avesse dei dubbi, legga l'editoriale milanese. L'autore è un garantista sui generis: due anni fa ventilava l'uso virtuoso della tortura nella prassi antiterroristica; materia da servizi segreti; lavorino tranquilli, senza occhi indiscreti; la legalità penale costa troppo negli stati d'assedio; de facto siamo in guerra, e simili sublimi pensieri.

Vestito da Salvation Army, suona il trombone berlusconiano. Non bastava incriminarli a piede libero? E se l'eccellente uscisse "pulito"? Domande profonde. Rispondiamogli. La pena implica un giudizio: che N debba o no essere punito, consta alla fine; se avessimo l'intellectus angelicus o sguardo intuitivo sincrono, le procedure sarebbero puro passatempo; lo specchio giudiziario riflette l'accaduto, fallibilmente visto che non siamo angeli; B. ad esempio, quando non s'aboliva le norme incriminanti o perdeva tempo finché i reati fossero estinti, ha lucrato dei proscioglimenti sulla base d'un dubbio sofistico, poco plausibile.

Ma supponendo che vada bene al reo, chi castiga il persecutore? (dipendesse da lui, scudiscio somministrato in pubblico, e come vitupera i manomissori della privacy, salvo ammettere la tortura). Spieghiamogli come stanno le cose: quel pubblico ministero ha delle prove e le sottopone al giudice chiedendo una misura cautelare detentiva; regole codificate impongono stretti requisiti; "gravi indizi" nonché periculum in mora, rigorosamente diagnosticato (che N sottragga o inquini le prove o fugga o commetta delitti d'un dato nome); i provvedimenti coercitivi sono riesaminabili dal tribunale della libertà; da lì in cassazione; l'ingiustamente detenuto ottiene un risarcimento. Insomma, dica ogni male del sistema italiano ma non che l'imputato abbia poche risorse difensive: tra qualche giorno molte cose saranno chiare; intanto stia quieto.

Piuttosto noterei: mette paura l'idea d'un rifiorente malaffare consortile; Deo adiuvante, le procure non dormono né guardano strabiche vedendo solo i misfatti d'una parte. Ma costoro fanno scuola alla sinistra: vuole un futuro governativo?; smetta d'essere "pesce in barile"; difenda l'arrestato eminente; è ora "d'una svolta decisa", solenne e pubblica.

La "democrazia liberale" richiede due riforme: abolire la cosiddetta obbligatorietà dell'azione penale; e (punto sottinteso ma fondamentale) procure inquadrate nel potere esecutivo. Bellissimo programma. Muore l'illusione che siamo uguali davanti alla legge: punire o no diventa materia d'una scelta, come nell'autonomia privata; avendo dei crediti, chiedo il pagamento o lascio perdere, affare mio. Lo chiamavamo diritto penale: nel lessico dei dottori, "criminalia", e adesso ordigno adoperabile sui malvisti dal governo; è l'arma che impugna contro chi vuole, se gli torna comodo. I meno ignoranti sanno attraverso quale laborioso sviluppo i quattro codici dell'età unitaria elaborino un controllo dell'inazione: era problema capitale; i meccanismi attuali lo risolvono nel modo meno imperfetto.

Caduto l'obbligo d'agire, regnano prassi legalmente amorfe: l'uomo del ministro colpisce o no, secondo direttive derogabili da ordini ad personam; e perde ogni senso l'altro carattere della domanda penale, l'essere irretrattabile; quando l'attore ministeriale desista, la causa finisce. Adesso vediamo cosa sia la "democrazia liberale" declamata dai pedagoghi: nel caso pescarese il pubblico ministero in sintonia con chi comanda ammonirebbe l'autore della denuncia, "stanco d'essere munto"; se non vuole rogne, porti via quel materiale (fotografie, colloqui registrati, tabulati Telepass, numeri delle banconote ecc.).

Che la Regione abbia un debito spaventoso da spesa sanitaria, è questione minore: siamo un Paese ingegnoso; basta scaricarla sulla bestia da soma; non immaginate quanto peso porti. Ha mille forme il fisco occulto. Nella Repubblica del malaffare fisiologico, quindi indisturbato, l'indebitamento significa vita: i portaborse diventano finanzieri; l'animale totem è un pidocchio gigante.

L'happening berlusconiano 14 luglio e le glosse milanesi dicono a che punto siamo nella regressione: fondata da una Destra austera, l'Italia bene o male era paese europeo; presto lo sarà solo geograficamente. Se n'è impadronito un plutocrate ignorante: sotto maschera ilare ha disegni brutali, visibili anche dai fisionomisti meno acuti; governa, dispone delle Camere, comanda la giustizia penale attraverso mani ministeriali. Erano tre i poteri, separati: se li è presi; li confonde semplificando l'ordinamento alla misura minima; Napoleone costruiva dei codici; lui detesta l'astratto; decide, ordina, deroga, paga, promuove, affossa, castiga, grazia. I chierici gli cantano salmi in ginocchio. Valuterei in questa chiave il pericolo dello scudo immunitario al quale Palazzo Madama ribadirà l'ultimo chiodo.

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Berlusconi: "L'immagine di un paese si fa con i fatti" / 3



Un breve rinfresco di memoria dalla stampa estera...

Berlusconi si trastulla, l’Italia brucia
(The Economist, 17 luglio 2008)
Il Sultanato di Berlusconi
(Frankfurter Rundschau, 15 luglio 2008)
Sta tornando il fascismo?
(El Pais, 12 luglio 2008)
Questa persecuzione di zingari è ora la vergogna d’Europa
(Guardian, 10 luglio 2008)
Protetto dall’immunità penale, Berlusconi potrebbe sfuggire alla giustizia
(Le Monde, 10 luglio 2008)
"Grandi Pulizie"
(vignetta del quotidiano olandese Het Parool)

... e la replica dell’inarrivabile Bonaiuti all’Economist: "non si capisce come potrebbe Nerone-Berlusconi nell'antica Roma suonare il violino invece della cetra o della lira".

P.S. Qualcuno spieghi al parrocchetto Bonaiuti il significato del titolo dell'Economist. Per carità sua e di patria.

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giovedì 17 luglio 2008

La coerenza prima di tutto


Dal sito web dell’Alto Commissario anticorruzione.

La risposta del Governo al dilagare della corruzione: la soppressione dell'Alto Commissariato anticorruzione. Il commento dell'ex prefetto di Milano Bruno Ferrante.

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La tutela dell’opinione pubblica

(Stefano Sernia, da: Uguale per tutti)

Se qualcuno pensa che la democrazia sia assicurata dalla proclamata eguaglianza dei cittadini davanti alla legge, dalla ciclicità dei riti del voto politico, e dall’esistenza di una Costituzione non modificabile con legge ordinaria, evidentemente coglie solo l’apparenza del fenomeno democratico; ed invero, anche nell’URSS ed in tanti altri regimi di stampo sovietico o comunque di fatto dittatoriale, erano garantite sia periodiche elezioni per il rinnovo degli organismi politici dello Stato, sia l’esistenza di una costituzione “rigida”, non modificabile con legge ordinaria, e spesso ispirata ad elevatissimi principi, tra i quali anche appunto quello dell’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge; ciò non di meno, può pacificamente affermarsi che la democraticità di quei regimi fosse solo nominale.

In verità, ciò che mancava alla effettiva democraticità del sistema erano, in quei regimi, due fondamentali requisiti:

1) la libertà di scelta da parte dell’elettore: libertà di scelta non solo dei candidati e degli eleggibili (sia perché il voto non era libero, sia perché si poteva solo votare si o no a una lista preconfezionata dal Partito al potere), ma libertà di scelta anche tra proposte politiche e, ancor prima, la possibilità di distinguere tra il vero ed il falso, prerequisito necessario a formulare giudizi sulla bontà di ogni proposta politica;

2) un’effettiva separazione tra i tre poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario) dello Stato.

Una riflessione sull’importanza di tali requisiti – ovvia agli addetti ai lavori, ma non necessariamente al cittadino comune – appare quanto mai attuale, nella situazione in cui oggi versa il Paese; e cominceremo dal secondo dei requisiti indicati.


1. LA SEPARAZIONE TRA I POTERI DELLO STATO.

E’ un principio necessario ad evitare che, concentrandosi tutto il potere in mano ad uno stesso soggetto, o fazione, dalla democrazia si passi a forme più o meno esplicite di tirannia; di qui la necessità che i principali poteri dello Stato siano esercitati da soggetti diversi, in un sistema di contrappesi e reciprocità di controlli, che assicuri a ciascuno di tali poteri la propria indipendenza, ed allo stesso tempo preveda forme di garanzia acchè detta indipendenza non diventi il viatico a forme di abuso; si consideri ad esempio come la vigenza di una Costituzione (e cioè quella legge fondamentale, che stabilisce i diritti inviolabili dei cittadini, modificabile nel nostro sistema solo con maggioranze parlamentari molto alte e quindi non dalle leggi ordinarie) sarebbe facilmente eludibile se nessun potere esterno controllasse che le leggi ordinarie rispettino effettivamente la Costituzione, o se nessuno controllasse che le leggi ordinarie emanate dal Parlamento siano effettivamente applicate a tutti nella stessa maniera e rispettate da tutti (per una bella trattazione del tema in forma di apologo, rinvio, su questo blog, all’articolo di Pierluigi Fauzia “Fratelli (d’)Italia”).

Sicchè, un soggetto (il PARLAMENTO, potere legislativo, eletto dai cittadini cui appartiene la sovranità: artt. 1 co. 2 e 56 della Costituzione) formulerà le leggi (art. 70 della Costituzione) e “nominerà” (accordando la propria necessaria fiducia al GOVERNO nominato dal PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA) il GOVERNO (art. 90 Cost.); quest’ultimo (detto anche potere esecutivo) sarà chiamato ad attuarle ed a chiederne anche l’adozione di nuove (potere esecutivo: artt. 71 Cost.), un altro ancora (il POTERE GIUDIZIARIO), composto da soggetti svincolati da ogni dipendenza politica (art. 101 co. 2 e 104 Cost.) e perciò nominati, a garanzia della loro necessaria indipendenza (garantita anche dalla guarentigia dell’inamovibilità se non per decisione del CONSIGLIO SUPERIORE DELLA MAGISTRATURA: cfr. art. 107 Cost.), per concorso pubblico (art. 106 Cost.) vigilerà che dette leggi siano rispettate da tutti, comprese il potere esecutivo (che quindi non potrà esercitare impunemente prepotenze in danno dei cittadini) stabilendo torti e ragioni in assoluta indipendenza, in modo che le sue decisioni siano conformi solo alla legge e non ai desideri degli altri poteri, così garantendo quel principio di eguaglianza dei cittadini davanti alla legge sancito dall’art. 3 della Costituzione.

Sempre il potere giudiziario, poi, verificherà che il potere legislativo e quello esecutivo non tentino di violare i diritti fondamentali dei cittadini formulando norme contrarie alla Costituzione (la legge fondamentale dello Stato, quella che – tra le altre cose – fonda i diritti inviolabili del cittadino e stabilisce gli equilibri tra i poteri dello Stato), denunciando le norme eventualmente incostituzionali davanti alla CORTE COSTITUZIONALE (i cui membri sono per un terzo nominati dal Presidente della Repubblica, per un terzo dal Parlamento, per l’altro terzo dalle supreme magistrature ordinarie ed amministrative (art. 135 co.1 della Costituzione).

A garantire infine che il potere giudiziario non abusi della propria indipendenza, non solo ne è affermata la sottoposizione alla Legge (che è emanata dal Parlamento, che per detta via può adottare le norme astratte utili ad impedire gli abusi), ma è stabilito che detti eventuali abusi siano anche disciplinarmente rilevanti, e che la competenza ad adottare provvedimenti disciplinari spetti ad un organo (il CONSIGLIO SUPERIORE DELLA MAGISTRATURA) che è presieduto dal PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA (altro organo di garanzia, eletto dal Parlamento con le elevate maggioranze di cui all’art. 83 Cost., e destinato a rappresentare l’unità nazionale, a nominare – in esito alle elezioni – il capo del Governo ed i ministri da questi indicati, ed ad esercitare un preventivo vaglio di opportunità costituzionale delle leggi: cfr. art. 87 Cost.) e i cui componenti sono per un terzo nominati dal Parlamento (gli altri due terzi essendo eletti dai magistrati).

Come si può osservare, si tratta di un disegno costituzionale che pone al centro del sistema il PARLAMENTO, quale organo che non solo emana le leggi (comprese quelle di riforma costituzionale, per le quali sono richieste ampie maggioranze in doppia votazione ed un eventuale sistema di conferma referendaria in caso di approvazione con maggioranze inferiori a quella dei 2/3 dei parlamentari: cfr. art. 138 Cost.), ma senza la cui fiducia il Governo non può operare, e che inoltre partecipa alla nomina dei principali organi di garanzia e controllo (Presidente della Repubblica; Corte Costituzionale; Consiglio Superiore della Magistratura).

Detta centralità è giustificata dal fato che solo il Parlamento, nell’attuale sistema costituzionale, è diretta emanazione della volontà del popolo cui appartiene la sovranità (art. 1 Cost.) ed in cui nome, per tale ragione, viene amministrata la giustizia (art. 101 Cost.).

Questa breve ma forse noiosa “lezione” di diritto costituzionale serve solo ad evidenziare come l’intero sistema di equilibri e garanzie costituzionali abbia un evidente punto debole nel principale organo costituzionale: L’ELETTORATO, e cioè il complesso dei cittadini aventi diritto di voto, che il proprio voto eserciterà in forza dell’opinione politica che si sarà formato alla stregua delle informazioni disponibili.

Di qui, in parole povere, l’estrema importanza del corretto formarsi dell’OPINIONE PUBBLICA al riparo a condizionamenti e manipolazioni, in quanto il controllo dell’opinione pubblica può condurre al controllo del PARLAMENTO e, di qui, al controllo dell’intero Stato, al riparo da ogni forma di responsabilità politica, che è mera apparenza e finzione laddove l’elettorato non sia posto in grado di conoscere e valutare correttamente l’operato dei suoi rappresentanti.

Il problema ha una sua innegabile attuale rilevanza, atteso che, di fatto, da alcuni anni si assiste al reiterarsi di aggressioni del potere politico a quello giudiziario, pretendendo il primo di sottrarsi al controllo di legalità esercitato dal secondo, che accusa – in genere in maniera indimostrata e del tutto generica, e quindi incontrollabile, ma non per questo inefficace, per la autorevolezza con cui dette accuse vengono ripetute ed amplificate dai media – di operare per fini politici e non di giustizia; negli ultimi tempi tale aggressione ha registrato una notevole accelerazione, manifestatasi anche nella emanazione di decreti leggi che si pongono a preannunzio di ventilate riforme punitive nei confronti della magistratura (riduzioni di stipendi; riduzioni delle ferie; nuova composizione del CSM o assegnazione del potere disciplinare ad organo ad esso esterno e verosimilmente sotto controllo politico).

In un sistema democraticamente maturo, l’opinione pubblica sarebbe in grado di comprendere e valutare le effettive ragioni sottese a tali progetti normativi, propagandati come strumenti di risoluzione dei malfunzionamenti della giustizia, ma in realtà miranti a creare una sorta di asservimento di fatto della magistratura (soggetto impoverito economicamente e nelle sue garanzie di indipendenza) al potere politico.

Ma è l’Italia un paese democraticamente maturo?


2. LA LIBERTÀ DI SCELTA (E DI DISTINGUERE IL VERO DAL FALSO).

Se sapere distinguere tra bene e male è attributo della divinità che l’uomo ha voluto usurpare, almeno il sapere distinguere tra vero e falso – che dovrebbero essere situazioni obbiettive e non di valore – dovrebbe essere l’oggetto del diritto naturale di ogni essere raziocinante, nonché oggetto del dovere di ogni cittadino responsabile.

Purtroppo, l’esercizio di tale diritto, e l’adempimento del correlativo dovere, sono spesso negati nella complessità della vita moderna, che conosce la segmentazione del sapere per infinite specializzazioni sociali, di talché ognuno di noi è in grado di comprendere e ben valutare solo ciò che appartiene alle sue specifiche competenze sociali ed esistenziali.

Eppure, sapere e potere distinguere tra il bene ed il falso, o per meglio dire, essere posti nella condizione di sapere e potere distinguere tra l’uno e l’altro, è il primo presupposto di effettività di qualsivoglia regime che si voglia definire democratico; e non a caso da un lato le Costituzioni più sinceramente democratiche (ad es. quella ottima della Repubblica Italiana; ma anche – e con tanto maggior vigore e riconoscimento nella pratica giurisprudenziale – quella degli Stati Uniti d’America) tutelano la libertà di opinione e la libertà di stampa (quali strumenti di diffusione delle idee, di affermazione del vero e di confutazione del falso), dall’altro chi ambisce al potere cerca di assicurarsi il controllo degli strumenti di informazione, sia per poter meglio propagare la sua verità e così acquisire un consenso legittimo (nella migliore delle ipotesi), sia per potere invece manipolare la pubblica opinione, e cioè il corpo elettorale, mediante diffusione di dati falsi e false conoscenze, che nascondano le effettive responsabilità dei problemi reali, e legittimino – sotto la falsa giustificazione della necessità a risolvere problemi veri o presunti - politiche ad usum principis (con riferimento al tema della libertà di stampa, segnalo il bellissimo scritto dell’avv. Oreste Flamminii Minuto su questo blog “Il ruolo indispensabile della libertà di stampa”).

Ovviamente, qualsiasi riferimento a fatti o vicende caratterizzanti l’attuale situazione politica non è affatto casuale, essendo da più parti avvertito l’allarme causato dalla concentrazione di un enorme potere mediatico – direttamente o indirettamente – in capo ad un solo soggetto, che personalmente o mediante società a lui collegabili possiede tre reti televisive e controlla alcuni quotidiani, e quale capo del Governo esercita una notevole influenze sulle tre reti del servizio pubblico; il tutto aggravato da una situazione in cui il PARLAMENTO – o meglio, la maggioranza che esprime il governo – appare assolutamente prona ai voleri del Governo cui ha votato la fiducia, ed in cui il controllo delle segreterie di partito sui parlamentari di maggioranza (spesso degli assoluti ignoti senza alcuna speranza di ottenere una rielezione) è così ferreo, che la minaccia delle dimissioni del governo e dello scioglimento delle Camere è una potentissima arma di ricatto nei confronti della massa dei parlamentari, giunti all’elezione solo per effetto di scelte partitiche, e quindi ben consapevoli di non avere alcuna autonoma capacità di garantirsi una nuova elezione.

Occorre quindi in ogni modo salvaguardare le capacità della pubblica opinione di orientarsi correttamente, mediante una informazione veritiera e non inquinata.

Un esempio eclatante degli ultimi giorni, sempre nell’ambito della campagna di delegittimazione della magistratura portata avanti a sostegno dei disegni politici che ne vogliono ridimensionare l’indipendenza, è stato offerto da alcuni articoli comparsi su Il Giornale (testata non a caso notoriamente controllata dalla famiglia dell’attuale Presidente del Consiglio) in ordine agli stipendi goduti dai magistrati ordinari: facendo riferimento agli emolumenti corrisposti agli appartenenti a tutt’altre e ben più generosamente remunerate magistrature (Corte Costituzionale; Magistrati amministrativi), ed agli aumenti di cui hanno goduto solo gli appartenenti ai più alti gradi della magistratura ordinaria, si sono contrabbandati dati del tutto falsi circa gli stipendi di cui godrebbero in genere i magistrati, così dipinti non solo come una massa di fannulloni (ed anche su questo ci sarebbe tantissimo da dire, ed ognuno di noi può attingere alle proprie personali esperienze di continui sacrifici ed indefesse dedizione al lavoro) ma anche come una massa di indecenti privilegiati.

Io credo che occorra reagire con assoluta fermezza, con gli strumenti che la legge mette a nostra disposizione, perché limitarsi a confutare il falso con il vero è di poca utilità se non si riesce ad ottenere adeguata diffusione della verità; e non avendo l’ANM (Associazione Nazionale Magistrati: associazione privata che rappresenta la quasi totalità dei magistrati, ma non è un ente istituzionale) ancora istituito un proprio ufficio stampa, né godendo di accessi privilegiati ai mezzi di comunicazione, io credo che la situazione sia tale da rendere necessarie risposte di tipo legale: a salvaguardia della immagine della magistratura, ma ancor prima del Paese, e cioè di quella pubblica opinione che ne forma il corpo elettorale.

Premesso che la libertà di opinione non fonda alcun diritto di propalare dati, notizie e valutazioni scientemente falsi, credo che in primo luogo sia necessario, in ogni caso in cui sugli organi di stampa si diffondano notizie e valutazioni false ed espresse chiaramente in mala fede, pretendere dai Consigli dell’Ordine l’adozione dei provvedimenti disciplinari previsti dagli ordinamenti professionali nei confronti dei giornalisti resisi infedeli agli obblighi di correttezza e veridicità.

Né bisogna, in questa situazione in cui ogni decenza sembra essere smarrita (tranne che da parte di magistrati,che in genere incassano in silenzio), vergognarsi di pretendere l’applicazione anche delle nome penali.

Non sempre è facile ravvisare gli estremi della diffamazione (art. 595 c.p.) e/o del vilipendio dell’Ordine Giudiziario (art. 290 c.p.), atteso che le accuse mosse sono spesso accortamente fumose ed a destinatario vago ed indefinito (non riguardano né specifici magistrati, sicché non c’è uno specifico soggetto offeso che possa esercitare il diritto di querela), senza peraltro coinvolgere neanche la generalità dei magistrati (di talché è spesso arduo immaginare anche la figura del vilipendio dell’Ordine Giudiziario).

Come ho già osservato in una mail indirizzata alla mailing list dell’A.N.M., data la rilevanza costituzionale del ruolo della magistratura e la rilevanza assunta, presso l’opinione pubblica, dai temi relativi al suo corretto funzionamento, ed al corretto funzionamento in genere dello Stato-amministrazione (le cui magagne, reali o presunte, hanno fondato anche proclami eversivi da parte della Lega, e programmi di riforma costituzionale da parte di altre forze politiche, che cercano la sponda dell’opinione pubblica o comunque davanti a questa si giustificano proprio in forza di queste panzane), mi chiedo però se non possa ravvisarsi il reato di cui all’art. 656 c.p. (pubblica diffusione di notizie false e tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico) ogni qualvolta falsamente si attribuiscano ad un potere dello Stato comportamenti scorretti o privilegi inesistenti, atti a screditarne l’immagine e la legittimazione, ed ad innescare processi di grave turbamento della pubblica opinione, che facilmente possono creare il pericolo di legittimare una diffusa convinzione di impunità in caso di violazione della legge penale.

Di particolare rilievo, poi, il caso in cui le notizie false o tendenziose vengano poste in essere in vista dell’esercizio del voto: invero, in tal caso si dovrebbe poter ravvisare anche il delitto (di rarissima applicazione: la norma sembra quasi caduta in desuetudine, come se si accettasse l’idea che mentire ed ingannare l’elettorato sia prassi lecita ed ordinaria) di cui all’art. 294 c.p. (attentati contro i diritti politici del cittadino), fattispecie che, tra l’altro punisce anche chi determina con l’inganno taluno ad esercitare un diritto politico in senso difforme dalla sua volontà: per fare un esempio, consideriamo il caso dell’elettore che voglia esprimere un voto utile alla soluzione dei problemi della giustizia, e lo eserciti in favore della parte politica che gli faccia credere, con doloso inganno (propalazione di notizie false ecc.) che la soluzione da lei proposta (ad es.: abolizione o ridimensionamento CSM; sottoposizione del P.M. all’esecutivo; prescrizioni brevi; riduzione stipendi o ferie magistrati) sia quella giusta.

Di certo, un sistema politico democratico non può tollerare che la competizione politica si risolva non già in forza del confronto tra idee e soluzioni, ma grazie al ricorso alla menzogna callidamente confezionata e capillarmente e costantemente diffusa; va riaffermato il diritto del cittadino ad una corretta informazione ed il divieto per i politici di dire bugie: possibile che ciò che i nostri genitori pretendevano da noi, noi non lo si possa pretendere da chi vuole governarci?

Si tratta di temi da segnalare all’attenzione pubblica ed all’analisi dei giuristi; di certo, appare sempre più necessario affrontare il tema dello statuto penale della tutela della pubblica opinione.

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mercoledì 16 luglio 2008

Berlusconi - Pubblicità Progresso



Aiutiamo lo smemorato di Arcore a ritrovare la memoria.

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martedì 15 luglio 2008

Dario Fo sulla manifestazione di Piazza Navona e la satira



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domenica 13 luglio 2008

I piazzisti degli inceneritori



"Termovalorizzatori" ed "esperti" a gettone: un filmato da vedere (fino in fondo).

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sabato 12 luglio 2008

Il TG1, Alberto Romagnoli e Ingrid Betancourt

(Gennaro Carotenuto, da: gennarocarotenuto.it)

Sarebbe interessante poter verificare con Alberto Romagnoli, il corrispondente RAI da Parigi (a spanne, 15.000 Euro al mese di stipendio) se è in grado di rintracciare la Colombia in una cartina muta, o se conosce il nome dell’innominato presidente di quel paese. E’ una curiosità che resterà senza risposta, ma l’intervista a Ingrid Betancourt da lui realizzata per il TG1 delle 20 di ieri sera, senza il benchè minimo riferimento politico alla Colombia, andrebbe mostrata nelle scuole di giornalismo come modello negativo.

Tu hai una donna politica reduce da un’esperienza di sei anni di prigionia nella selva, candidata al Premio Nobel e forse alla Presidenza della Repubblica del secondo più popoloso paese al mondo di lingua spagnola (dopo il Messico, prima della Spagna) e la fai parlare dei suoi capelli, della fede (farà contento Ratzi) e del prossimo divorzio (farà scontento Ratzi) e basta?

Null’altro, anzi, a ben guardare l’intervista è il nulla totale e ci è difficile pensare che i malcapitati spettatori del TG1 meritassero un servizio simile. Quei 90 secondi estrapolati da un tempo maggiore (immaginiamo 15 o 30 minuti) sono una scelta precisa (giornalisticamente legittima ma pessima) di Romagnoli, non di Betancourt.

Si capisce che a Ingrid starebbe a cuore parlare degli altri sequestrati, ma Romagnoli vi fa appena un cenno e passa oltre, meglio parlare di pettinature. E’ lui che sceglie di rappresentarla come un personaggio da gossip, puro glamour. Una scelta tipica della farandula dell’era Menem in Argentina, che Silvio Berlusconi ha importato anche nell’infotainement italiano. E che è perfettamente incarnato nel TG1 di Gianni Riotta, un servizio pubblico nel quale un panda nato in cattività in uno zoo ha più spazio della fame nel mondo. Così diviene più importante il riferimento ad un possibile divorzio di Ingrid che un qualsiasi riferimento al presidente Álvaro Uribe o a una sua personale candidatura.

Ingrid Betancourt viene intervistata spogliandola dello sfondo, del contesto, della storia, della vita politica, che volesse o meno raccontarla, che sia chiara o meno, che ci piaccia o no. E’ trasformata in intrattenimento puro, non informazione. E’ una donna della quale si parla, fa ascolti, chiamiamola, il resto è irrilevante. E’ bene che resti irrilevante.

Poteva intervistare Carla Bruni o Shakira, Romagnoli sulla Colombia, sarebbe stato uguale. Ciò forse perchè Romagnoli non ha idea del contesto (ma lo paghiamo profumatamente perché ne abbia), ma più probabilmente per la paternalistica convinzione che il contesto sia complicato, sconveniente e noioso per il pubblico. Ma è ancora informazione questa?

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venerdì 11 luglio 2008

Telespalla Veltroni



Veltroni rompe con Di Pietro: "Ha scelto Grillo, ormai è finita".
Semplicemente, preferisce un altro comico.

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giovedì 10 luglio 2008

Rifiuti in Campania: un’emergenza voluta



Un’inchiesta di RaiNews24 che solleva (a dir poco) inquietanti interrogativi. La vera emergenza è la criminalità (politica).

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mercoledì 9 luglio 2008

Berlusconi: "L'immagine di un paese si fa con i fatti" / 2



Secondo Berlusconi "gli italiani amano autoflagellarsi"…

In Italy, crime pays and may get you elected
(Los Angeles Times, 13 aprile 2008)
Situazione difficile per i Rom: echi di Mussolini
(The Independent, 27 giugno 2008)
Comportamento incivile
(The Independent, 27 giugno 2008)
Silvio Berlusconi rimane un imbarazzo per la democrazia
(The Observer, 29 giugno 2008)
Berlusconi è tornato, più sfacciato che mai
(The Observer, 29 giugno 2008)
Due pesi e una misura [Berlusconi e Mugabe]
(CartaCapital, 4 luglio 2008)
Il ritorno dell’illusionista Berlusconi
(Neue Zuercher Zeitung, 5 luglio 2008)
‘Il metodo Mussolini’ del governo italiano fa arrabbiare i gruppi dei diritti umani (Times Online, 5 luglio 2008)

… difficile dargli torto.

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martedì 8 luglio 2008

L'affondo di Sabina Guzzanti



Adesso, naturalmente, sarà tutto un fiorire di pistolotti di famigli e caudatari, tutti chini sulla carta a denunciare i "toni bassi e volgari". Prima di rivolgere un inchino a Sua Finezza Silvio.

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Berlusconi: "L'immagine di un paese si fa con i fatti"


Vignetta pubblicata su «Neues Deutschland»
(da: vistidalontano.blogosfere.it)

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Un altro censimento: 70 anni dopo

(Gad Lerner, da: gadlerner.it)

Cominciò con un inaspettato censimento etnico, nel mezzo dell’estate di settant’anni fa, la vergognosa storia delle leggi razziali italiane. Alle prefetture fu diramata una circolare, in data 11 agosto 1938, disponendo una “esatta rilevazione degli ebrei residenti nelle provincie del regno”, da compiersi “con celerità, precisione e massimo riserbo”.

La schedatura fu completata in una decina di giorni: 47.825 ebrei censiti sul territorio del regno, di cui 8.713 stranieri (nei confronti dei quali fu immediatamente decretata l’espulsione).

Per la verità si trattava di cifre già note al Viminale. “Il censimento quindi fu destinato più a sottomettere che a conoscere, più a dimostrare che a valutare”, scrive la storica francese Marie-Anne Matard-Bonucci ne “L’Italia fascista e la persecuzione degli ebrei” (il Mulino). Naturalmente, di fronte alle proteste dei malcapitati cittadini fatti oggetto di quella schedature etnica fu risposto che essa non aveva carattere persecutorio, anzi, sarebbe servita a proteggerli.

Nelle diversissime condizioni storiche, politiche e sociali di oggi, torna questo argomento beffardo e peloso: la rilevazione delle impronte ai bambini rom? Ma è una misura disposta nel loro interesse, contro la piaga dello sfruttamento minorile!

Si tratta di un artifizio retorico adoperato più volte nella storia da parte dei fautori di misure discriminatorie: “Lo facciamo per il loro bene”. A sostenere la raccolta delle impronte sono gli stessi che inneggiano allo sgombero delle baracche anche là dove si lasciano in mezzo alla strada donne incinte e bambini. Ma che importa, se il popolo è con noi?

Lo so che proporre un’analogia fra l’Italia 1938 e l’Italia 2008 non solo è arduo, ma stride con la sensibilità dei più. L’esperienza sollecita a distinguere fra l’innocenza degli ebrei e la colpevolezza dei rom. La percentuale di devianza riscontrabile fra gli zingari non è paragonabile allo stile di vita dei cittadini israeliti, settant’anni fa.

Eppure dovrebbero suonare familiari alle nostre orecchie contemporanee certi argomenti escogitati allora dalla propaganda razzista, circa le “tendenze del carattere ebraico”. Li elenco così come riportati il libro già citato: nomadismo e “repulsione congenita dell’idea di Stato”; assenza di scrupoli e avidità; intellettualismo esasperato; grande capacità ad adattarsi per mimetismo; sensualismo e immoralità; concezione tragica della vita e quindi aspirazioni rivoluzionarie, diffidenza, vittimismo, spirito polemico e così via.

Guarda caso, per primo veniva sempre il nomadismo. Seguito da quella che Gianfranco Fini, in un impeto lombrosiano, ha stigmatizzato come “non integrabilità” di “certe etnie”; propense –per natura? per cultura? per commercio?- al ratto dei bambini. Il che ci impone di ricordare per l’ennesima volta che negli ultimi vent’anni non è stato mai dimostrato il sequestro di un bambino ad opera degli zingari.

Un’opinione pubblica aizzata a temere i rom più della camorra, si trova così desensibilizzata di fronte al sopruso e all’ingiustizia quando essi si abbattono su una minoranza in cui si registrano percentuali di devianza superiori alla media.

Tale è l’abitudine a considerare gli zingari nel loro insieme come popolo criminale, da giustificare ben più che la nomina di “Commissari per l’emergenza nomadi”, incaricati del nuovo censimento etnico. Un giornalista come Magdi Allam è giunto a mostrare stupore per la facilità con cui si è concesso il passaporto italiano a settantamila rom. Ignorando forse che si tratta di comunità residenti nella penisola da oltre cinquecento anni: troppo pochi per concedere loro la cittadinanza? Eppure sono cristiani come lui…

Il censimento etnico del 1938, “destinato più a sottomettere che a conoscere, più a dimostrare che a valutare”, come ci ricorda Marie-Anne Matard-Bonucci, in ciò non è molto dissimile dal censimento dei non meglio precisati “campi nomadi” del 2008. In conversazioni private lo confidano gli stessi funzionari prefettizi incaricati di eseguirlo: quasi dappertutto le schedature necessarie erano già state effettuate da tempo.

L’iniziativa in corso riveste dunque un carattere dimostrativo. E i responsabili delle forze dell’ordine procedono senza fretta, disobbedendo il più possibile alla richiesta di prendere le impronte digitali anche ai minori non punibili, nella speranza di dilazionare così le misure che in teoria dovrebbero immediatamente conseguirne: evacuazione totale dei campi abusivi e di quelli autorizzati ma fuori norma; espulsione immediata dei nomadi extracomunitari e, dopo un soggiorno di tre mesi, anche dei nomadi comunitari; quanto agli zingari italiani, gli verrà concesso l’uso delle aree attrezzate solo per brevi periodi, dopo di che dovranno andarsene (sono o non sono nomadi? E allora vaghino da un campo all’altro, visto che le case popolari non gliele vuole dare nessuno).

Si tratta di promesse elettorali che per essere rispettate implicherebbero un salto di qualità organizzativo e politico difficilmente sostenibile. Dove mandare gli abitanti delle baraccopoli italiane –pochissime delle quali “in regola”- se venissero davvero smantellate tutte in pochi mesi? Chi lo predica può anche ipocritamente menare scandalo per il fatto che tanta povera gente, non tutti rom, non tutti stranieri, vivano fra i topi e l’immondizia. Ma sa benissimo di alludere a una “eliminazione del problema” che in altri tempi storici è sfociata nella deportazione e nello sterminio.

Un’insinuazione offensiva, la mia? Lo riconosco. Nessun leader politico italiano si dice favorevole alla “soluzione finale”. Ma la deroga governativa al principio universalistico dei diritti di cittadinanza, sostenuta da giornali che esibiscono un linguaggio degno de “La Difesa della razza”, aprono un varco all’inciviltà futura.
Negli anni scorsi fu purtroppo facile preconizzare la deriva razzista in atto. Per questo sarebbe miope illudersi di posticipare la denuncia, magari nell’attesa che si plachi l’allarmismo e venga ridimensionata la piaga della microcriminalità. La minoranza trasversale, di destra e di sinistra, che oggi avverte un disagio crescente, può e deve svolgere una funzione preziosa di contenimento.

Gli operatori sociali ci spiegano che sarebbe sbagliato manifestare indulgenza nei confronti dell’illegalità e dei comportamenti brutali contro le donne e i bambini, diffusi nelle comunità rom. Ma altrettanto pericoloso sarebbe manifestare indulgenza riguardo alla codificazione di norme palesemente discriminatorie, che incoraggiano l’odio e la guerra fra poveri.

Non si può sommare abuso ad abuso di fronte ai maltrattamenti subiti dai bambini rom. Quando i figli degli italiani poveri venivano venduti per fare i mendicanti nelle strade di Londra, l’esule Giuseppe Mazzini si dedicò alla loro istruzione, non a raccogliere le loro impronte digitali.

L’ipocrisia di schedarli “per il loro bene” serve solo a rivendicare come prassi sistematica, e non eccezionale, la revoca della patria potestà. Dopo le impronte, è la prossima tappa simbolica della “linea dura”. Siccome i rom non sono come noi, l’unico modo di salvare i loro figli è portarglieli via: così si ragiona nel paese che liquida l’“integrazione” come utopia buonista.

A proposito del sempre più diffuso impiego dispregiativo della parola “buonismo”, vale infine la pena di evocare un’altra reminescenza dell’estate 1938. Chi ebbe il coraggio di criticare le leggi razziali fu allora tacciato di “pietismo”. Con questa accusa furono espulsi circa mille tesserati dal Partito nazionale fascista. E allora viva il buonismo, viva il pietismo.

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lunedì 7 luglio 2008

Onestà lessicale

Il Corriere.it si premura di informarci che la prestigiosa giunta del neo-sindaco di Salemi Sgarbi annovera tra i propri illustri componenti anche un "assessore al Nulla" (tale Cecchini Graziano, imbrattatore di fontane, segnatamente di quella di Trevi).

Niente da obiettare, per carità. Il merito va sempre riconosciuto, ove possibile premiato e, soprattutto, chiamato per nome.

Visti i tempi (e le usanze) che corrono, non sarebbe male, anzi, se anche il governo nazionale seguisse l'esempio. Potremmo così fregiarci - unici al mondo - di un "ministro della Razza", di un "ministro alla Devastazione ambientale", di un "ministro all'Impunità" con delega allo "Sfascio della Giustizia" e via discorrendo.

Nell'insigne gabinetto non mancherebbe, naturalmente (per completezza), nemmeno un dignitosissimo "sottosegretario alle Porcate".

Volete mettere con le grigie e anodine denominazioni attuali?

Salveremmo almeno l’onestà lessicale, in mancanza d’altro.

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domenica 6 luglio 2008

Berlusconi, 'discesa in campo' e consecutio temporum



Dal Giappone Berlusconi recita il solito mantra della “persecuzione giudiziaria per fini politici”. Con un piccolo problema di consecutio temporum. La telegiornalista ‘embedded’ Susanna Petruni, aviotrasportata in loco per l’occasione, potrebbe anche chiedere delucidazioni in merito. Attendiamo fiduciosi.

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L'État, c'est moi: l'Italia-bordello

Crisi economica? Impoverimento delle famiglie? Emergenza rifiuti? Devastazioni ambientali? Criminalità organizzata? Corruzione diffusa? Sfascio totale del sistema giustizia?

Macché! Il vero problema dell’Italia, la vera emergenza intorno alla quale tutte le più alte istituzioni della Repubblica sono alacremente affaccendate, è un’altra: i rovelli postribolari del ‘grande statista’. E gli sfaceli istituzionali che ne derivano. Alcune letture.

Il principe senza legge (S. Rodotà, 3 luglio 2008)
Rispettare il prosseneta (G. Melis, 4 luglio 2008)
Amore, ti regalo un ministero (G. Melis, 4 luglio 2008)
Le parole maliziose cancellate a Milano (G. D’Avanzo, 4 luglio 2008)
Caro Silvio tuo Giorgio (M. Travaglio, 4 luglio 2008)
L’invasione delle ultragnocche (M. Travaglio, 5 luglio 2008)
Tradizione orale (M. Travaglio, 5 luglio 2008)
La gnocca: comodo alibi per l'Italia-bordello (R. Deidda, 5 luglio 2008)

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sabato 5 luglio 2008

Rai Fiction



Lo stato dell'informazione televisiva italiana in pillole.

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Regimi e propaganda

(Uguale per tutti, 3 luglio 2008)

Tutti i regimi si fondano sulla propaganda.

Tutti hanno i loro strumenti di creazione e diffusione di false verità.

Il Ministero della Cultura Popolare (il Minculpop) di Pavolini, la Pravda del Cremlino, il Ministero della propaganda di Göebbles, eccetera.

Oggi tanti giornali, televisioni, intellettuali prêt-à-porter.

Ogni epoca ha i suoi strumenti di propaganda.

Ed è sorprendente quanti uomini dai titoli accademici prestigiosi e dalle cariche istituzionali più elevate si prestino, in ogni epoca, a fare da servi e portaborse della propaganda del momento e con quale passione e con quanta sicumera difendano e propagandino come ovvie delle solenni menzogne, il cui unico fine è la manipolazione dell’opinione pubblica.

La bufala della settimana è stata l’affermazione che il Consiglio Superiore della Magistratura, se avesse detto nel suo parere sul c.d. “Decreto sicurezza” (che già nel nome è una menzogna della propaganda, avendo come fine notoriamente tutt’altro), che il “pacchetto” è incostituzionale, avrebbe abusato dei suoi poteri e usurpato quelli della Corte Costituzionale.

Per spiegare questa cosa qui al Presidente della repubblica, sono addirittura andati a trovarlo i Presidenti di entrambe la Camere.

Ciò che fa impressione non è l’assurdità dell’assunto, ma che lo si possa sostenere senza conseguenze e addirittura da parte di titolari di cariche di vertice dello Stato.

Le cose stanno in modo del tutto diverso ed è molto semplice descriverle.

1. Il C.S.M. ha per legge il potere di dare pareri «sui disegni di legge concernenti l’ordinamento giudiziario, l’amministrazione della giustizia e su ogni altro oggetto comunque attinente alle predette materie» (art. 10 della legge 24 marzo 1958, n. 195, “Attribuzioni del Consiglio Superiore”).

2. La Corte Costituzionale non dà «pareri» di costituzionalità. Decide della costituzionalità delle leggi.

3. Chiunque è in grado di capire la differenza che c’è fra «dare pareri» su una cosa e «decidere» della cosa.

Per chi avesse la mente confusa, possiamo dire che quando un avvocato dà un parere sulla legittimità o meno di una certa attività non sta usurpando i poteri del Tribunale che sulla legittimità o meno di quella attività si dovrà pronunciare.

Se la tesi che chi opina su una cosa usurpa poteri giurisdizionali altrui avesse un qualche senso, si avrebbe il seguente questo paradosso.

Tizio picchia un bambino.

Caio lo vede e gli dice: “Si fermi. Ciò che lei sta facendo è illegale”.

Tizio replica: “Come si permette! Lei usurpa i poteri del Tribunale. Solo il Tribunale può giudicare dell’illegalità o meno della mia condotta”.

Si tratta, è ovvio, di illogicità pura.

4. I pareri del C.S.M. non sono vincolanti. Sono, appunto, “pareri”.

5. Ovviamente i pareri non sono predeterminabili nel contenuto, che dipende dai casi concreti.

6. Il Parlamento può disattendere del tutto i pareri del C.S.M.. Non sembra che possa impedirne l’emissione.

7. Non è possibile capire, né i Presidenti delle Camere lo hanno in qualche modo spiegato né sembra che nessuno possa spiegarlo perché non si può spiegare l’illogico, perché il C.S.M. non potrebbe dire in un suo parere che una norma appare incostituzionale.

Sono un giurista. Mi viene chiesto un parere su una norma che dice: “Da domani si processano solo i neri. I bianchi mai più”. Mi sembra ovvio che questo viola l’art. 3 della Costituzione. Mi sembra che questa sia la cosa più importante da osservare e l’unico parere che ha un senso dare.

Non lo posso dare, perché se do questo parere violo le prerogative della Corte Costituzionale!

La cosa che ci deve fare riflettere molto seriamente non è che a qualcuno venga in mente un’assurdità del genere. E’ che possa dirla in pubblico e convincere tutti che è giusta.

Ma la propaganda non si accontenta mai e quindi sprofonda sempre più nei paradossi e nelle contraddizioni.

Ed ecco che uno dei Ministri che si è stracciato le vesti dinanzi alla prospettiva che il C.S.M. violasse le prerogative della Corte Costituzionale, non ritiene – e con lui i Presidenti delle Camere e tutto il Paese – che sia gravissima violazione della separazione dei poteri che il Ministro dell’Interno insulti un giudice che, appunto giudica, perché ha fatto un provvedimento del tutto legittimo, ma che a lui non piace.

E così il Ministro Maroni insulta il nostro collega Giorgio Piziali, magistrato per bene, competente, assolutamente indipendente (in questo blog si possono leggere due suoi interventi relativi alle recenti elezioni dei Consigli Giudiziari), perché si è permesso di non obbedire agli ordini della polizia.

A questo link un articolo sulla vicenda.

A quest’altro link un altro.

A questo link il testo integrale del parere del C.S.M. sul c.d. “Decreto sicurezza”.

A questo link l’intervento del Vicepresidente del C.S.M. nella seduta del plenum che ha approvato quel parere.

A questo link un articolo del prof. Rodotà.

Una sola osservazione ancora: se si cerca una situazione che, nel corso della storia, è indizio sicuro dell’esistenza di un regime e della perdita dei valori costituzionali, essa è quella nella quale il Ministro dell’Interno può dettare ordini ai giudici ed esigere che emettano sentenze conformi alle aspettative del Governo.

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giovedì 3 luglio 2008

Via(gra) col vento


Vignetta di Molly Bezz

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mercoledì 2 luglio 2008

Ma per fortuna è solo un film...



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